I "santi" della ciliegia vivono a Celleno. Uomini e donne capaci di miracoli culinari nell'era della fretta
sterpino
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Ora, prendete quel tipo, Andrea Sterpino, che tiene il ristorante San Rocco. Uno che, invece di mettersi a discutere di politica, si è messo in testa di fare una sfida al demonio: portare la ciliegia dove nessuno osa metterla. Ha preso il coregone — quel pesce del lago di Bolsena che se ne sta beato nelle acque profonde — e l’ha sposato con la ciliegia. Un matrimonio che, a dirlo, sembra una bestemmia, ma ad assaggiarlo ti fa gridare al miracolo. Marinato, abbattuto, servito con una mousse di caprino… insomma, un incontro tra il lago e la collina che pare fatto per volontà divina.

CELLENO – C’è una cosa che il mondo, quello grande e frenetico di città, non capirà mai: che la ciliegia non è fatta solo per stare sopra una torta come un soldatino sull’attenti. No, signori miei. La ciliegia ha una dignità, ha un carattere, e se la prendi per il verso giusto — cioè con la pazienza del contadino che la coglie a mano sulle colline di tufo — lei ti racconta la storia del borgo. E a Celleno, che è un borgo della Tuscia dove il tempo sembra essersi fermato a guardare le nuvole, lo sanno bene.

Dal 5 al 7 giugno, lì a Celleno, arriva la trentottesima edizione della Festa delle Ciliegie. E non pensiate alla solita baracconata. Qui la faccenda è seria, perché c’è di mezzo la cucina, che per noi è una religione civile.

Ora, prendete quel tipo, Andrea Sterpino, che tiene il ristorante San Rocco. Uno che, invece di mettersi a discutere di politica, si è messo in testa di fare una sfida al demonio: portare la ciliegia dove nessuno osa metterla. Ha preso il coregone — quel pesce del lago di Bolsena che se ne sta beato nelle acque profonde — e l’ha sposato con la ciliegia. Un matrimonio che, a dirlo, sembra una bestemmia, ma ad assaggiarlo ti fa gridare al miracolo. Marinato, abbattuto, servito con una mousse di caprino… insomma, un incontro tra il lago e la collina che pare fatto per volontà divina.

E non finisce lì. Sterpino, che ha il demone della curiosità, ti piazza il chutney di ciliegia anche sul risotto Carnaroli e addirittura sul collo di maiale. “La ciliegia nei dolci la sanno usare tutti,” dice lui, con quella faccia di chi sa che la semplicità è la cosa più difficile da ottenere. “La sfida è farla stare nel risotto.”

E la gente? La gente va, mangia, e torna l’anno dopo. Perché in fondo, davanti a un piatto che racconta il territorio, non ci sono fazioni, non ci sono bandiere che tengano. C’è solo la verità della terra.

Se passate da quelle parti tra il 5 e il 7 giugno, fatevi un favore: lasciate perdere le autostrade del progresso e infilatevi nei vicoli di Celleno. Troverete mercatini, gente allegra e, soprattutto, la prova vivente che in un frutto rosso di giugno può starci dentro tutta la vita di un popolo.

E se qualcuno vi chiede cosa ci fa una ciliegia dentro un piatto di maiale, voi non rispondete con le chiacchiere. Offritegli una forchettata e lasciate che sia lui a fare il segno della croce. Da tanto che è buono.

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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Alle 9:30 del mattino salgo a San Martino al Cimino. Qui i Veralli vivono insieme: una manciata di case affacciate su un unico piazzale dove i fratelli e i genitori condividono la vita di tutti i giorni. Nella famiglia di Emanuele ci sono i fratelli Alessandro (il primogenito), Francesco (il secondogenito) e poi c'è lui, il terzo. Emanuele ha 36 anni, è sposato con Anna Maria e dalla loro unione è nata Azzurra, che a oggi ha 4 anni. Ti basta mettere piede su quel cemento per respirare un senso di appartenenza che oggi non si trova quasi più. A darmi il benvenuto ci sono Anna Maria, la moglie di Emanuele, la piccola Azzurra e Benito, il cagnolino di casa. L’aria è distesa, priva di retorica. È la semplicità di un rito che Emanuele ripete da quando è entrato nel Sodalizio dei Facchini.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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