I piedi dei bambini morti non consumano le scarpe. La prova che il diavolo non esiste ma può vivere nell'uomo
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EDITORIALE - Il diavolo? Attento perché non esiste, al di là delle superstizioni, ma può nascere dentro di te. Non ha la coda, le corna, il forcone. Magari fosse così, farebbe ridere. Il suo aspetto è terrificante davvero.

EDITORIALE – Il diavolo? Attento perché non esiste, al di là delle superstizioni, ma può nascere dentro di te. Non ha la coda, le corna, il forcone. Magari fosse così, farebbe ridere. Il suo aspetto è terrificante davvero. Per mostrarvelo abbiamo scelto delle scarpette, rosse. Stanno in un mucchio di scarpe. Un mucchio fatto in un campo nazista. Uno di quelli dove venne al mondo uno dei più grandi stermini di massa della storia. 

Scarpette rosse, dicono sia un numero 28. Sono nuove perché il bambino morto a cui sono state tolte non l’ha consumate. I piedi dei bambini morti non consumano le scarpe. In realtà sono di una bambina. Avete sentito il brivido? Dice che quando il diavolo arriva si sente quella sensazione. Eppure. 

Eppure neanche cento anni fa i nostri nonni ci hanno brindato col diavolo, l’hanno sostenuto, applaudito, hanno riso con lui. Ne hanno condiviso le idee e le hanno fatte proprie. Le hanno messe al mondo e replicate con la propria voce, i propri gesti, i silenzi, il non contrapporsi. Quanto è brutto il diavolo. E pensare che crediamo tanto a quello che non esiste e facciamo difficoltà a vedere davvero quello che esiste. 

Uscite di casa se siete di Viterbo. Andate a Porta della Verità e guardate per terra. Ci sono delle pietre d’inciampo dorate. Brillano tra i sampietrini neri. Sono luce che squarcia il tempo. Lì c’era una famiglia di viterbesi, deportata nei campi. Sì a porta della Verità è comparso il diavolo. Mentre scrivo mi gelo. Ho una bambina di 3 anni, porta il 28. Il 28 cavolo. Gira per casa, gioca. Per un attimo mi immagino lei lì. Lì come preda della ferocia del diavolo. Mi domando come sia stato possibile. Come chi viveva in quei giorni, tutti perché non bisogna essere buonisti, abbia potuto vivere pensando di non combattere cose come quella. Mi chiedo se non combattere quelle cose significhi prenderne parte. Significhi essere il diavolo. 

Mi domando cosa avrei fatto? Mi interrogo se succede anche a me, nella vita di oggi, di lasciare il diavolo tranquillo di creare i suoi inferni intorno a dove vivo. Senza fare di tutto per combatterlo. Qualche settimana fa mi sono trovato a pranzo al Ghetto di Roma. Nei tavoli vicino diversi bambini con la kippah. Belli, ridevano. Qualcuno di loro avrà avuto un 28, ne sono sicuro. 

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Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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