

VITERBO – C’è sempre stato, nella storia dell’umanità, il truffatore di professione. Cambiano gli scenari, mutano gli strumenti, ma la commedia umana – quella che vede da una parte il furbo e dall’altra il gabbato – va in scena sempre identica a se stessa. Ieri il mariuolo vi vendeva la Fontana di Trevi o vi sfilava il portafogli sul tram; oggi, molto più comodamente, si infila nel vostro telefonino. E lo fa senza nemmeno il bisogno di sporcarsi le mani.
Apprendiamo in queste ore di una nuova, massiccia ondata di compromissioni di account WhatsApp. La cronaca ci avverte che i nuovi briganti del web hanno preso di mira soprattutto coloro che si fidano ciecamente della mela morsicata di casa Apple, ma che peccano di pigrizia. Le versioni non aggiornate dei sistemi operativi iOS, infatti, presentano delle falle che i tecnici chiamano con paroloni incomprensibili, ma che noi, a uso del lettore, definiremo semplicemente “porte di casa lasciate spalancate”. E il paradosso di queste diavolerie moderne è che, in alcuni casi, al malandrino non serve nemmeno che l’utente abbocchi cliccando su un link: entrano a nostra insaputa, senza che noi si debba muovere un dito.
Una volta preso possesso dell’account, il gioco è vecchio quanto il mondo: il travestimento. Il truffatore indossa i panni digitali di un vostro caro – il figlio fuorisede, il nipote, l’amico del cuore – e vi recapita un messaggio angosciato. Simula un’emergenza, un guaio improvviso, e vi chiede l’invio urgente di denaro. E il buon cittadino, preso dall’ansia per le sorti del congiunto, apre fiduciosamente il portafogli (ormai elettronico) e paga. Paga un fantasma.
La Polizia, che ha il suo bel daffare a rincorrere questi borseggiatori cibernetici, diffonde in queste ore un decalogo di consigli che, a ben guardare, è un inno a quel patrimonio nazionale in via di estinzione che risponde al nome di buonsenso.
Le forze dell’ordine ci dicono una cosa lapalissiana: prima di scucire quattrini, verificate chi ve li sta chiedendo. Alzate la cornetta da un altro numero, cercate la viva voce del presunto disperato, o, se potete, guardatelo in faccia. Poi, ci suggeriscono di fare un po’ di manutenzione casalinga: aggiornare costantemente questi benedetti telefoni e le loro applicazioni, controllare periodicamente la sezione “dispositivi collegati” per scovare eventuali intrusi seduti al nostro tavolo virtuale, e sbattere loro la porta in faccia disconnettendoli. Infine, mettere i proverbiali doppi lucchetti: attivare la cosiddetta “verifica in due passaggi”, bloccare lo scaricamento automatico di foto e allegati sospetti, e blindare il telefono con le impronte digitali o il riconoscimento facciale.
In fondo, la Questura non fa che ripeterci in chiave moderna quello che le nostre nonne ci raccomandavano prima di uscire di casa. La tecnologia ci ha regalato l’illusione di essere tutti connessi e intoccabili, ma ci ha resi più vulnerabili di un viandante che attraversa di notte una foresta infestata di briganti.
Tenetelo a mente, cari lettori de La Fune, la prossima volta che il vostro telefono trillerà per battere cassa. Il progresso è una gran bella cosa, certo. Ma il vecchio, caro dubbio metodico non ha ancora bisogno di aggiornamenti di sistema.

















