

GRAFFIGNANO – Ci sono storie che la terra custodisce suo malgrado, ferite profonde coperte da strati di silenzio e di tempo, che a un certo punto decidono di riemergere. A Graffignano la cronaca ambientale torna a bussare con la forza implacabile dei numeri, delle ruspe e di una voragine economica che si allarga.
Durante le operazioni di scavo nei siti di Pascolaro, Casettone e Bivio del Pellegrino – partite finalmente la scorsa primavera dopo un’attesa lunga quasi vent’anni – i cantieri hanno dovuto fare i conti con una brutta sorpresa. Sotto la superficie non c’era solo quanto già tristemente messo in conto dalle vecchie carte della Forestale. C’erano altre 8.868,19 tonnellate di rifiuti pericolosi. Un quantitativo monstre, inatteso, che ha costretto a rivedere i piani, i calcoli e la cassa.
Il conto finale dell’operazione, inevitabilmente, lievita. Il finanziamento complessivo passa da 13 a 14,5 milioni di euro. Un milione e mezzo in più chiesto dalla Regione Lazio al Ministero dell’Ambiente e prontamente autorizzato per coprire i costi di trattamento e smaltimento di questo materiale extra, spuntato fuori quando i giochi sembravano ormai avviati.
La sveglia è suonata lo scorso 13 maggio, a neanche due settimane dall’apertura dei cantieri, quando i tecnici di Sogesid – la società pubblica che gestisce l’ingegneria e la parte tecnica dell’intervento – hanno dovuto lanciare l’allarme nero agli enti competenti. I carotaggi sul campo parlavano chiaro: la pancia di Graffignano nascondeva molto più del previsto. Una realtà cristallizzata nero su bianco nella determinazione regionale firmata dalla dirigente della Direzione Ambiente, Wanda D’Ercole.
La ferita arriva da lontano. Bisogna riavvolgere il nastro di quasi un ventennio, ai tempi in cui le indagini della Forestale scoperchiarono per prime il vaso di Pandora di un traffico e di un interramento scellerato di fanghi industriali, ceneri e rifiuti speciali, conditi da tracce di idrocarburi e metalli pesanti che hanno avvelenato la quiete di queste terre della nostra Tuscia.
Resta ora da capire un nodo fondamentale: queste nuove 8.868 tonnellate fanno parte del vecchio copione o raccontano un capitolo nuovo, magari figlio di conferimenti diversi e finora mai emersi? Saranno le analisi e la caratterizzazione tecnica a dover dare una risposta.
Nel frattempo, la macchina della bonifica non si ferma. Il territorio attende giustizia ambientale e risposte definitive da troppo tempo. Le ruspe scavano nel fango e nella memoria, mentre la comunità guarda a quel cantiere con la speranza che, questa volta, la terra venga davvero restituita alla sua limpidezza.


















