
EDITORIALE – Movida, problema vecchio in un contesto nuovo. Ormai nella zona monumentale di Viterbo di storico troviamo anche l’acerrima battaglia tra comitato di quartiere e locali. Si combatte da sempre, spesso al di fuori delle righe e con rischio linciaggio per chi magari spende qualche parola in senso contrario a come sarebbe gradito.
Questo giornale più volte è stato accusato di stare dalla parte dei locali. Qualcuno, terribile, non ha anche mancato di darci dei beoni. Purtroppo non tocchiamo un Americano da almeno un paio d’anni.
A San Pellegrino ci sono le case dei residenti, i locali e gli appartamenti acquistati per guadagnare sul comparto turistico: affitta camere e B&B. Quindi sono presenti in campo interessi diversi, chiamati a convivere. E’ il concetto di convivenza che fa fatica a essere condiviso. Diciamo che per alcuni la convivenza significa fare baldoria finché si vuole (su questo non siamo convinti ma lo scriviamo per evitare di sentirci dare degli alcolizzati) e per altri equivarrebbe a una sorta di pax romana. “Fecero il deserto e la chiamarono pace”, scriveva Tacito.
A questo minestrone, già immangiabile di suo, va aggiunta la comunicazione e il potere decisionale. Un mix che darebbe alla testa a chiunque, una sorta di cocaina e polvere da sparo. Ma ora sul campo c’è un nuovo elemento, che potrebbe funzionare da arma segreta: il Covid-19. Una sorta di atomica che potrebbe permettere agli avversari dei locali di chiudere qui il conflitto. Basta qualche foto, video che testimoni l’alta pericolosità sociale della movida viterbese e il gioco è fatto.
La comunicazione quindi, facendo il suo mestiere (almeno nella parte di diffusione delle notizie), diventa grande alleata di una parte in causa all’interno di una storica resa dei conti. Perché la comunicazione finisce, inevitabilmente, per influenzare chi decide e a rappresentargli la realtà dove prendere le decisioni.
Cosa si vede a Viterbo durante e nei luoghi della movida? Gente senza mascherina, distanziamento sociale non rispettato. Ce ne sarebbe abbastanza per guardare quattro foto e chiudere tutto.
Siamo convinti però che la comunicazione debba giocare anche un’altra partita (almeno nella parte di strumento per costruire una riflessione di senso all’interno delle comunità, nella sua parte d’analisi che non si ferma ai riflessi pavloviani). Potremmo pubblicare foto di situazioni, nella città di Viterbo, dove ci sono persone senza mascherina e che non rispettano il distanziamento sociale in qualsiasi ora del giorno.
Se il meccanismo dovesse essere quello del “vedo foto, chiudo tutto”, potremmo presentare un conto salatissimo alla città, chiedendo al prefetto di metterla in lockdown. Niente distanziamento sociale e niente mascherine a Pratogiardino e in ogni benedetto giardinetto pubblico della città. Niente distanziamento sociale e niente mascherine nelle file dei pensionati che si ritrovano allegramente per ritirare la pensione allo sportello. Niente distanziamento sociale e mascherina lungo il Corso, Valle Faul, piazza del Comune, piazza della Rocca. Potremmo produrre foto che documentano questo in ogni ora del giorno per ogni bar della città.
Questo per dire che il momento in cui c’è l’assembramento e c’è chi non indossa la mascherina riguarda tutto e tutti. Ipocrita gridare allo scandalo solo nella zona e nelle ore della movida. Perché se un comportamento è inaccettabile alle 23 di sera lo deve essere anche alle 10 del mattino.
Ora la movida contiene criticità, ovvio. E’ così in tutte le città. E’ possibile fare le foto di persone che violano le disposizioni ma allargando l’inquadratura (quella scelta ad hoc) intorno si vedrebbero tanti altri che si comportano bene. I gestori dei locali, per esempio, si stanno comportando bene. Aperti al dialogo, hanno recepito e applicato le disposizioni. Cercano di rialzare la testa, con il lavoro (non con la speculazione), dopo mesi di buio totale.
Anche La Fune racconta i problemi della movida, non è nostra intenzione minimizzarli o nasconderli. Non devono esistere. Ma non intende trasformarsi in una clava con cui schiacciare i locali e rubare la notte ai giovani.
Siamo convinti che San Pellegrino sia molto più sicuro dei piazzali delle nostre periferie dove i giovani, a movida chiusa, andrebbero a incontrarsi. Chiudere la movida significherebbe applicare la tecnica ipocrita dello struzzo. Questo non ci sembra intelligente e anzi lo troviamo particolarmente rischioso. La movida va governata bene, il meglio possibile. Più telecamere, multe salate a chi assume comportamenti non consentiti, vigili in borghese a elevare sanzioni, agenti a vigilare su possibili azioni criminose.
Chiudere tutto è la scelta facile. Dare dei beoni a chi cerca di tutelare anche i locali è una tecnica di denigrazione vecchia come l’uomo. Se si chiude tutto però diventa difficile fare capire che Viterbo è città universitaria e città turistica. Studenti e turisti cercano non solo posti belli ma anche vivibili e i locali sono parte della qualità di vita di un luogo. Chiedetelo ai londinesi, ve lo spiegheranno bene. Altrimenti il destino è quello di un piccolo borgo rurale, pieno di residenti tranquilli e B&B da weekend romantico. Certo chi ha investito in quest’idea di città è pronto a fare le barricate ma comprare una casa o un palazzetto d’affittare non significa poter disporre di una città e del suo destino. Salute.

















