
CAPACI – Partiamo dal titolo. In realtà è una frase, la frase di un uomo. Non l’abbiamo virgolettata perché non ne ha bisogno, appartiene a tutti. Come appartiene a tutti Giovanni Falcone. Forse ancora di più agli uomini e alle donne della mia generazione, che fino a qualche anno fa avrei definito ragazzi e ragazze.
Nel 2017 scelsi con mia moglie di andare in vacanza in Sicilia. Mondello, Palermo. Non fu opzione casuale, di quelle che fai buttando il dito sulla carta geografica. Erano 25 anni dalla strage.
L’intenzione, che coltivavo dentro me, immaginandola più volte nelle settimane precedenti alla partenza, era di andare al sacrario di Capaci e posare una rosa. Che cosa è Capaci? Il fortino della consapevolezza. Quando entri con la mente a Capaci, a quel 23 maggio 1992, non hai niente da scegliere. Tutto è chiaro. Cosa è chiaro? Che la mafia è una montagna di merda, che le zone grigie vanno evitate sempre e anche combattute, che un uomo solo può vincere una partita enorme diventando simbolo e quindi esempio e dunque stimolo della decisione di infiniti altri uomini.
Questa è la vittoria di Falcone. La morte del giudice scava nelle coscienze, scava sotto la terra e il letame della vita di tutti. E non si arrende mai, divenendo fonte per chi non si arrende.
Non sono mai andato al sacrario di Capaci. Una volta a Palermo, non riuscii a farlo. Passammo davanti a quella colonna rossa che segna la strada decine di volte. Non uscimmo mai. L’idea di andare nel posto della morte del giudice Falcone non mi è stata sopportabile. Con incomprensione di mia moglie fu così. Ogni volta che siamo passati in quel tratto di strada la stessa domanda: “Usciamo e andiamo?”. La risposta sempre la stessa: “Sì, sì domani”. Fino a che non abbiamo ripreso l’aereo e siamo tornati a Roma.
In un posto però ci siamo recati, non certo per il mare, visti gli scogli impraticabili: l’Addaura. Quello è stato il mio modo di incontrare il giudice. Nel luogo del primo attentato fallito. Ci andammo di 21 giugno. Chi conosce la storia del giudice potrà capire meglio. Una sosta di mezz’ora, nel silenzio, augurandomi di poter sempre prestare le mie gambe a certe idee.


















