Gli uomini passano, le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini
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CAPACI - Che cosa è Capaci? Il fortino della consapevolezza. Quando entri con la mente a Capaci, a quel 23 maggio 1992 di trenta anni fa, non hai niente da scegliere. Tutto è chiaro. Cosa è chiaro?

CAPACI – Partiamo dal titolo. In realtà è una frase, la frase di un uomo. Non l’abbiamo virgolettata perché non ne ha bisogno, appartiene a tutti. Come appartiene a tutti Giovanni Falcone. Forse ancora di più agli uomini e alle donne della mia generazione, che fino a qualche anno fa avrei definito ragazzi e ragazze.

Nel 2017 scelsi con mia moglie di andare in vacanza in Sicilia. Mondello, Palermo. Non fu opzione casuale, di quelle che fai buttando il dito sulla carta geografica. Erano 25 anni dalla strage.

L’intenzione, che coltivavo dentro me, immaginandola più volte nelle settimane precedenti alla partenza, era di andare al sacrario di Capaci e posare una rosa. Che cosa è Capaci? Il fortino della consapevolezza. Quando entri con la mente a Capaci, a quel 23 maggio 1992, non hai niente da scegliere. Tutto è chiaro. Cosa è chiaro? Che la mafia è una montagna di merda, che le zone grigie vanno evitate sempre e anche combattute, che un uomo solo può vincere una partita enorme diventando simbolo e quindi esempio e dunque stimolo della decisione di infiniti altri uomini.

Questa è la vittoria di Falcone. La morte del giudice scava nelle coscienze, scava sotto la terra e il letame della vita di tutti. E non si arrende mai, divenendo fonte per chi non si arrende.

Non sono mai andato al sacrario di Capaci. Una volta a Palermo, non riuscii a farlo. Passammo davanti a quella colonna rossa che segna la strada decine di volte. Non uscimmo mai. L’idea di andare nel posto della morte del giudice Falcone non mi è stata sopportabile. Con incomprensione di mia moglie fu così. Ogni volta che siamo passati in quel tratto di strada la stessa domanda: “Usciamo e andiamo?”. La risposta sempre la stessa: “Sì, sì domani”. Fino a che non abbiamo ripreso l’aereo e siamo tornati a Roma.

In un posto però ci siamo recati, non certo per il mare, visti gli scogli impraticabili: l’Addaura. Quello è stato il mio modo di incontrare il giudice. Nel luogo del primo attentato fallito. Ci andammo di 21 giugno. Chi conosce la storia del giudice potrà capire meglio. Una sosta di mezz’ora, nel silenzio, augurandomi di poter sempre prestare le mie gambe a certe idee.

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Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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