

VITERBO – La Regione Lazio, con una delibera che sa di salomonico, ha detto «no» al grande impianto fotovoltaico che doveva sorgere a ridosso di Norchia. Trentatré ettari di pannelli rotanti, una tecnologia che insegue il sole per strappargli ogni goccia di energia, sono stati respinti al mittente. Il paesaggio, questa «Petra d’Italia» di tombe etrusche e forre scavate nel tufo, è salvo. Per carità, nessuno vuole trasformare la culla della nostra storia in una centrale elettrica a cielo aperto. Ma c’è in questo diniego un retrogusto di sconfitta che dovrebbe far riflettere anche i più zelanti custodi del tempio.
La nostra Tuscia vive un paradosso che ha del grottesco. Da un lato ci si accapiglia per ogni ettaro sottratto alla vista, dall’altro la nostra provincia è diventata, suo malgrado, la «batteria» del Lazio: qui, su questo fazzoletto di terra, si concentra qualcosa come l’80% dell’intera produzione regionale da fonti rinnovabili. Un primato che ci viene sventolato come una medaglia al valore, ma che pesa come un macigno sul territorio.
Ci troviamo stretti in una morsa. Abbiamo il dovere di conservare l’antico, questa museografia a cielo aperto dove ogni zolla di terra racconta un millennio; ma abbiamo anche il fardello di un’energia che la Tuscia sta già fornendo al resto della regione in dosi massicce. Quando poi arriva un nuovo progetto, il «no» diventa il riflesso condizionato di una comunità esausta, che si chiede dove finisca la transizione ecologica e dove inizi la colonizzazione industriale.
Certo, l’ultima parola non è ancora detta; la competenza statale e la coda lunga dei tribunali amministrativi potrebbero ancora ribaltare il tavolo. Norchia resterà, per ora, libera dai pannelli.



















