

IL DOMENICALE – È il 14 maggio 1277 e Viterbo è ancora una delle capitali della cristianità. Nel Palazzo papale vive Giovanni XXI, eletto pontefice soltanto pochi mesi prima, un uomo molto diverso dall’immagine che siamo abituati ad associare ai papi medievali. Si chiama Pietro di Giuliano, viene dal Portogallo, è conosciuto anche come Pietro Ispano ed è stato medico, studioso, filosofo, uomo di scienza, autore o comunque figura tradizionalmente collegata a opere che per secoli avrebbero circolato nelle università europee.
Ama studiare e vuole farlo anche da papa. Nel palazzo di Viterbo si fa quindi realizzare un ambiente nel quale potersi ritirare, leggere, lavorare, continuare quelle ricerche che evidentemente non considera incompatibili con il governo della Chiesa. Poi, improvvisamente, tutto crolla. Una parte della costruzione cede e Giovanni XXI rimane sotto le macerie. Non muore immediatamente: viene estratto ancora vivo, gravemente ferito, resiste per alcuni giorni e il 20 maggio 1277 muore. Il suo pontificato è durato meno di nove mesi. Il corpo viene sepolto nella cattedrale di San Lorenzo, accanto al Palazzo dei Papi, e ancora oggi Giovanni XXI riposa a Viterbo.
Potrebbe sembrare una delle tante leggende medievali nate intorno alla città, invece è storia. Anche questa vicenda ci costringe a guardare con occhi diversi la Viterbo del Duecento. Oggi siamo abituati a considerare Roma il centro naturale e inevitabile della Chiesa cattolica, ma in quegli anni la situazione era molto diversa: i pontefici soggiornavano spesso lontano da Roma e Viterbo era diventata un luogo centrale della politica ecclesiastica e internazionale. Qui erano arrivati cardinali, ambasciatori, principi, uomini di corte, religiosi, intellettuali; qui si era svolta l’interminabile elezione papale che avrebbe contribuito alla nascita delle regole del conclave; qui, pochi anni prima, era stato assassinato dentro una chiesa Enrico di Cornovaglia, episodio talmente clamoroso da essere ricordato successivamente da Dante; e qui morì un papa sotto le macerie del palazzo nel quale aveva scelto di vivere e studiare.
Proprio Giovanni XXI aggiunge però alla storia viterbese un elemento particolare: il rapporto tra fede e conoscenza. Era un uomo di Chiesa, ma anche un medico e uno studioso, espressione di quel Medioevo molto più complesso di come spesso lo immaginiamo. Un’epoca certamente attraversata da guerre, violenze e superstizioni, ma anche da università, filosofia, medicina, ricerca e discussioni sul rapporto tra ragione e fede.
La tradizione ha identificato Giovanni XXI con quel “Pietro Spano” che Dante, nel dodicesimo canto del Paradiso, colloca tra gli spiriti sapienti, ricordandone i celebri libri di logica. Gli studiosi hanno discusso questa identificazione e quindi è giusto usare prudenza, ma resta significativo che per secoli l’immagine di quel papa sia stata associata non soltanto al potere religioso, ma alla cultura e al sapere.
Forse è proprio questo che rende la sua morte ancora più suggestiva: non un pontefice caduto in battaglia, non una congiura, non un avvelenamento, ma un uomo travolto dal luogo che aveva voluto costruire per studiare. C’è quasi qualcosa di simbolico in quella scena, anche se sarebbe sbagliato trasformare una tragedia reale in una facile metafora.
Rimane piuttosto una domanda sulla nostra capacità di raccontare Viterbo. Possediamo un patrimonio di vicende che spesso riduciamo a poche formule — la città dei Papi, il conclave, il quartiere medievale — senza renderci conto che dietro quelle definizioni esistono uomini, conflitti, tragedie, idee e storie capaci ancora oggi di affascinare.
Giovanni XXI ne è un esempio: un medico portoghese diventa papa, sceglie Viterbo, continua a studiare, viene sepolto dalle macerie del proprio palazzo, sopravvive alcuni giorni e muore nella città che lo accoglierà per sempre. Non serve inventare nulla: qualche volta la storia vera di Viterbo è già molto più sorprendente della leggenda.


















