
ORTE – C’è un dolore che attraversa le comunità come un’onda silenziosa. Non fa rumore finché non esplode. Poi lascia sgomenti, increduli, disarmati. Il suicidio di un ragazzo a Orte, nei giorni scorsi, ha colpito non solo una famiglia ma un intero paese. In realtà, ogni volta che un giovane decide di togliersi la vita, è una comunità intera a essere chiamata in causa. Non si tratta di un episodio isolato. Il suicidio è tra le prime cause di morte tra adolescenti e giovani adulti in Europa.
Numeri che non sono semplici statistiche, ma volti, storie, sogni interrotti. Spesso chi resta si domanda: “Perché?”. È una domanda che non trova risposte semplici. Il disagio giovanile è complesso, stratificato. Può nascere da una depressione silenziosa, da un senso di inadeguatezza, da una fragilità relazionale, da un episodio che agli occhi degli adulti appare “superabile” ma che per un ragazzo assume dimensioni insostenibili.
Il punto è che molti giovani non sanno più come nominare il proprio dolore. Non hanno un lessico emotivo adeguato. Non trovano spazi sicuri in cui dirsi vulnerabili senza essere giudicati. In un piccolo centro come Orte – come in tante realtà della Tuscia – tutto sembra più vicino, più familiare. Ma proprio questa prossimità può trasformarsi in solitudine, quando il peso dello sguardo degli altri diventa insopportabile.
I ragazzi sono sempre online, ma raramente davvero ascoltati. I social network amplificano il confronto costante: bellezza, successo, felicità diventano standard irraggiungibili. Ogni fotografia è una competizione, ogni storia una vetrina. Chi si sente fragile rischia di percepirsi come un errore. La cultura della performance penetra ovunque: voti, sport, relazioni, perfino l’immagine del proprio corpo. Il fallimento non è contemplato. Non è insegnato come esperienza naturale della crescita.
Così, un’insufficienza, una bocciatura, una delusione sentimentale possono diventare fratture identitarie. Le famiglie vivono un senso di impotenza devastante. “Non ce ne siamo accorti”. E spesso è vero: il disagio non sempre si manifesta con segnali eclatanti. A volte è silenzio, ritiro, ore chiusi in camera, insonnia, irritabilità. La scuola, dal canto suo, è chiamata a un compito che va oltre la didattica. Deve diventare presidio educativo integrale. Psicologi scolastici strutturali, educazione all’affettività, formazione degli insegnanti nel riconoscere segnali precoci di depressione e ideazione suicidaria non sono lussi, ma necessità.
In territori come la Tuscia, dove le risorse sono spesso limitate, questo investimento è ancora più urgente. Ridurre il suicidio a un problema privato sarebbe un errore. È un indicatore sociale. Ci parla di precarietà, di futuro incerto, di modelli culturali che esaltano la competizione e marginalizzano la fragilità. Ci parla anche di una generazione cresciuta tra pandemia, isolamento forzato, crisi economiche e conflitti globali raccontati in tempo reale sugli schermi.
Quando un giovane arriva a pensare di non avere più posto nel mondo, significa che la rete attorno a lui si è sfilacciata. Parlare di suicidio resta difficile. Si teme l’effetto emulativo. Ma il silenzio non protegge. Al contrario, isola chi soffre e rafforza lo stigma. Occorre una comunicazione responsabile, che non spettacolarizzi ma nemmeno rimuova. Raccontare il dolore per prevenire, non per alimentare curiosità morbose. Il caso di Orte deve diventare occasione di riflessione, non di chiacchiera. Cosa possiamo fare, concretamente? Investire nella salute mentale territoriale, rendendo accessibili e gratuiti i servizi psicologici. Rafforzare i centri di aggregazione giovanile, perché l’isolamento è terreno fertile per il disagio. Educare all’emotività fin dall’infanzia. Restituire dignità al fallimento come passaggio umano e non come marchio. Ma soprattutto serve una presenza adulta credibile. Non perfetta. Presente.
I giovani non chiedono eroi. Chiedono ascolto. Chiedono di essere visti per quello che sono, non per quello che dovrebbero essere. Il ragazzo di Orte non è solo una notizia. È una domanda aperta. A noi, alla scuola, alla politica, alla Chiesa, alle istituzioni locali. Che tipo di comunità vogliamo essere? Una comunità che giudica o una che accompagna? Ogni vita spezzata è una ferita collettiva. E ogni volta che impariamo ad ascoltare prima che sia troppo tardi, quella ferita può trasformarsi in responsabilità condivisa.



















