

VITERBO – C’era un tempo in cui la giovinezza chiedeva al lavoro il passaporto per il futuro, un mestiere da imparare o almeno la promessa di un’indipendenza da conquistare a colpi di maniche rimboccate. Oggi la giovinezza sembra piuttosto una tassa sulla disattenzione o, peggio, un attributo di sacrificabilità.
Ce lo dicono i numeri dell’Inail messi in fila con puntiglio dalla Cgil, numeri che raccontano i primi sei mesi di questo anno domini 2026. Nella sola provincia di Viterbo, terra che da sempre ama pensarsi quieta e un po’ disincantata rispetto ai ritmi frenetici della capitale, i giovani sotto i trentacinque anni che hanno pagato un tributo fisico al proprio lavoro sono stati 266. Uno su quattro tra tutti coloro che, nel Viterbese, in quei sei mesi hanno fatto visita a un pronto soccorso con la tuta da lavoro o il grembiule da barista ancora addosso.
Se si allarga lo sguardo oltre le nostre mura, verso l’intero Lazio, le cifre smettono di essere una contabilità locale per farsi bollettino di guerra: 6.616 denunce di infortunio tra i sedici e i trentaquattro anni, con un incremento di oltre il dieci per cento rispetto al medesimo periodo del 2025. E la tragedia si fa doppia: otto ragazzi non torneranno più a casa, il doppio esatto dello scorso anno. Un consuntivo che non ammette le solite retoriche d’ordinanza.
Viene da chiedersi dove risieda il guasto. La Cgil, con il consueto linguaggio da vertenza, punta il dito contro il modello d’impresa, la precarietà, i ritmi esasperati e una formazione che spesso somiglia a una formalità burocratica sbrigata su qualche foglio di carta da firmare per tempo. E scommettiamo che non ha tutti i torti. Quando si è giovani si ha la naturale tendenza a sentirsi invulnerabili, ed è proprio lì che un sistema maturo dovrebbe posare la mano sulla spalla del ragazzo e dirgli: «Fermati, guarda dove metti i piedi».
Se invece al ragazzo si chiede solo di far presto, di correre tra i tavoli di un ristorante o di montare un’impalcatura con la fretta di chi deve guadagnarsi il rinnovo per il mese successivo, la sicurezza diventa una seccatura da rinviare a domani. Solo che il domani, per ventisei di loro ogni cento, arriva sotto forma di una medicazione o di una fasciatura.
Un tempo i padri insegnavano ai figli la prudenza del mestiere prima ancora dei segreti del mestiere. Oggi sembra che abbiamo affidato la formazione all’improvvisazione e la tutela dei nostri giovani alla buona sorte. E la buona sorte, si sa, è un’alleata volubile che non legge i bollettini Inail e non ha alcuna pietà per le nostre statistiche.

















