
di Giulia Cristofari
L’Italia è un bel paese: paesaggi, cultura, storia. Ma per molti giovani — laureati, con master, con certificazioni in tasca — quell’Italia non basta più; perché non è solo questione di bellezza, ma di opportunità. E spesso, quella che sembra una terra di possibilità, appare più come una trappola in cui studiare e studiare non garantisce che qualcosa cambi davvero.
Tanto studio… e pochi sbocchi
Laurea, master, corsi, stage, concorsi: il percorso è chiarissimo. Ma anche lunghissimo. E la meta più sfuggente. Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) in Italia si aggira intorno al 20,6% (dati statistici settembre 2025). Un numero che dice molto: non solo non si lavora, ma molto spesso non si lavora pur avendo investito in anni di studio.
E non è solo questione di non trovare impiego: è questione di non trovare impiego in linea con il proprio profilo. Numerosi studi hanno evidenziato come quasi la metà dei giovani italiani abbia dichiarato di accettare incarichi al di sotto delle proprie qualifiche pur di entrare nel mondo del lavoro. Se studiare tanto non basta, allora l’Italia comincia a stare stretta o almeno appare come un contesto che non valorizza quello che i giovani mettono in gioco.
Fuga all’estero: ultima opzione o scelta consapevole?
Non è un mistero, sempre più giovani lasciano l’Italia in cerca di opportunità. Nel 2023, l’Agenzia Nazionale ha registrato circa 21.000 giovani italiani (tra 25 e 34 anni) che sono emigrati, oltre la metà dei quali con laurea. Non è fuga pura, è scatto alla ricerca di un luogo dove le competenze vengono riconosciute, dove il “fare” non è sempre in bilico o speranza.
Così la domanda cambia: non “Parto per tornare?” ma “Parto per restare?”. E questa distinzione è significativa. Per qualcuno l’esperienza all’estero è una tappa temporanea: arricchirsi, tornare, applicare quel che si è imparato. Per altri diventa la strada più sensata per una vita piena, con la consapevolezza che rimanere in Italia molto spesso significa scendere a compromessi e rinunciare a una parte di sé.
Il rischio della perdita di valore
Rimanere in Italia significa affrontare sfide che non tutti scelgono di cogliere. Significa contratti brevi o part-time, stage, stagnazione salariale, condizioni che ripagano meno di quanto si investe. E quando il tempo passa e le opportunità non arrivano il rischio è quello di sentirsi inutili o non riconosciuti. La generazione Z è una generazione che ha studiato, che conosce lingue, ha fatto esperienze internazionali…e vedere le proprie risorse non valorizzate “in casa” può essere demotivante. Per molti, dunque, l’estero non è solo fuga, ma scelta ragionata: “qui non mi valorizzano, provo altrove”.
Opportunità VS realtà: cosa serve davvero?
Se l’Italia vuole trattenere i suoi giovani quello che serve è più di un pacchetto di incentivi. Serve un cambiamento strutturale: riconoscimento del merito, trasparenza nei percorsi professionali, meritocrazia, sbocchi concreti. Serve che lo studio non rimanga investimento a fondo perduto, ma porta d’ingresso a una carriera dignitosa.
E per chi parte serve che questa scelta non sia dettata solo dall’istinto di fuga ma da progetto, consapevolezza, e che non diventi un rimpianto. Studiare, specializzarsi, essere pronti, queste cose non sono mai troppo. Ma quando l’essere pronti non trova riscontro, allora l’Italia rischia di perdere pezzi importanti. Lo studio dovrebbe avere un peso importante, le qualifiche dovrebbero essere riconosciute e le competenze valorizzate. E se andare via diventa la scelta più logica, allora bisogna chiedersi: perché restare non è più un’opzione valida?


















