

IL DOMENICALE – C’è una verità che gli adulti del Viterbese continuano a non voler vedere: molti giovani non stanno scappando dalla realtà. Stanno scappando da una realtà che noi abbiamo reso povera, fragile, vuota, respingente. E la colpa non è degli smartphone.
È troppo comodo prendersela con TikTok, con i social, con l’intelligenza artificiale, con “i ragazzi che non parlano più”. La verità è molto più dura: abbiamo demolito lentamente il mondo reale e ora ci scandalizziamo perché una generazione preferisce vivere dentro uno schermo. Per anni abbiamo educato i ragazzi alla paura. Paura di uscire. Paura di sbagliare. Paura del rischio. Paura del giudizio. Paura perfino del silenzio e della noia. Abbiamo trasformato la protezione in ossessione del controllo. Li abbiamo riempiti di allarmi, regole, sospetti, ansie continue, intanto gli adulti smettevano di costruire comunità.
La Tuscia che una volta educava attraverso le piazze, i cortili, i gruppi spontanei, le strade piene di relazioni, oggi è diventata troppo spesso un territorio svuotato. I centri storici vengono usati come cartoline turistiche o scenografie per eventi di pochi giorni, ma non sono più luoghi quotidiani di vita giovanile. Le piazze si attraversano. Non si abitano più. I ragazzi hanno sempre meno luoghi dove stare senza consumare. Sempre meno spazi dove incontrarsi senza essere immediatamente controllati, giudicati o allontanati. Sempre meno possibilità di vivere esperienze vere senza dover pagare. Vuoi ascoltare musica? Paghi. Vuoi fare cultura? Paghi. Vuoi semplicemente stare con altri ragazzi? Devi consumare qualcosa, e se non puoi permettertelo, resta la camera. Resta il telefono. Resta il mondo virtuale.
Così il digitale ha occupato il vuoto lasciato dagli adulti, dalla politica e dalle comunità. Non perché sia migliore. Ma perché almeno lì i ragazzi trovano qualcosa che nel mondo reale spesso non trovano più: ascolto, appartenenza, riconoscimento, possibilità di costruirsi un’identità. Nel virtuale puoi parlare senza esporti davvero. Puoi desiderare senza rischiare il rifiuto. Puoi crearti relazioni artificiali che non ti obbligano a reggere il peso della realtà. E quando il mondo reale appare povero, spento, giudicante e senza prospettive, quel rifugio diventa potentissimo. Ma il prezzo è enorme. Perché uno schermo può anestetizzare la solitudine, non curarla. Può simulare relazioni, non sostituirle. Può dare dopamina immediata, ma non insegna la fatica della vita vera: il conflitto, l’attesa, la frustrazione, il desiderio, il fallimento, il contatto umano.
Infatti cresce ovunque un disagio silenzioso che ormai attraversa anche la Tuscia: ansia, isolamento, depressione, autolesionismo, rabbia improvvisa, incapacità di immaginare il futuro. Ragazzi fisicamente presenti ma emotivamente altrove. La verità è brutale: una generazione non si rifugia nel virtuale per caso. Ci si rifugia quando il reale smette di essere abitabile e qui le responsabilità degli adulti e della politica sono enormi. Per anni si è lasciato morire tutto ciò che costruiva comunità reale: spazi pubblici, biblioteche vive, luoghi culturali accessibili, centri aggregativi, attività permanenti. Si è preferito investire in eventi temporanei, inaugurazioni, spettacolarizzazione del territorio, mentre la vita quotidiana dei giovani veniva progressivamente abbandonata. Si sono chiusi spazi veri e si sono aperti profili social. Si è parlato continuamente di “sicurezza” trasformando spesso le città in luoghi sorvegliati più che vissuti. Ragazzi guardati con sospetto invece che considerati una risorsa. Giovani trattati come problema da contenere e non come energia da liberare.
Nel frattempo gli adulti stessi si sono ritirati: sempre più stanchi, più individualisti, più chiusi, meno capaci di essere punti di riferimento credibili. Troppo spesso presenti solo per giudicare, correggere o controllare. Poi però ci si scandalizza se i ragazzi passano ore online. Ma dove dovrebbero andare? In quali luoghi? Con quali opportunità? Dentro quale idea di futuro? La Tuscia rischia di perdere i suoi giovani molto prima che prendano un treno per andarsene. Li perde quando smettono di credere che il mondo reale possa offrire qualcosa di più forte di uno schermo. Li perde quando vivono chiusi in camere illuminate da notifiche perché fuori non trovano comunità, prospettive, ascolto, libertà;la cosa più grave è che continuiamo a trattare tutto questo come un problema generazionale, quando invece è il fallimento culturale e politico di un intero mondo adulto. Perché una generazione non cresce nel vuoto. Il vuoto glielo abbiamo lasciato noi.


















