

SPECIALE – Siamo nel cuore del Trecento, in quel lembo di terra dove la Toscana si sfalda e si contorce per dare spazio alla Tuscia, un territorio che non è mai stato confine, ma cerniera, passaggio, luogo di sosta e di tormento. E qui, tra le rocce laviche e il soffio costante del vento, si staglia una figura che è quasi un’architettura, un monumento vivente al paradosso italiano: Ghino di Tacco.
Non chiamatelo brigante, per carità. Sarebbe una banalizzazione, un’offesa al genio italico della sopravvivenza. Ghino, figlio di quella stirpe nobile e turbolenta dei Cacciaconti, è un uomo che ha compreso, ben prima di Machiavelli, che il potere è una messinscena. Quando si ritira nella rocca di Radicofani, non sta solo cercando un rifugio; sta occupando una posizione strategica, un panopticon naturale da cui controllare la via Cassia, l’arteria del mondo. Ora, voi mi chiederete: ma cosa c’entra con il Viterbese? È presto detto. La Tuscia viterbese è il naturale prolungamento di quel teatro di sortite che Ghino dominava. Per un brigante che si rispetti – e che vuole far parlare di sé fino alla corte del Papa – il territorio non finisce dove segnano le mappe catastali.
Ghino non agiva in un vuoto. Le sue scorribande lambivano la zona di confine, spingendosi verso il cuore di quel paesaggio etrusco e medievale che culmina nel Viterbese. La sua “giustizia”, quella celebre magnanimità verso i pellegrini e i poveri, è un atteggiamento squisitamente curiale, quasi un’estetica del gesto. Egli capiva che la via verso Roma, che attraversava proprio le terre viterbesi, era il palcoscenico del suo mito. Se rapivi un abate di Cluny, non lo facevi solo per l’oro – quello è volgare – lo facevi per il fama, per il racconto che ne sarebbe scaturito.
Dante, nel suo Purgatorio, ci regala di lui l’immagine più folgorante: “le braccia fiere”. Ecco la sintesi! Non è solo forza fisica, è la volontà di un uomo che trasforma la propria irregolarità in legge. Ghino di Tacco è il precursore di quel carattere italiano che ama le zone d’ombra, che sa negoziare con la Chiesa e con il potere, che sa essere al contempo carnefice e medico — ricordate l’abate curato con pane e fave? Un tocco di genialità dietetica che farebbe impallidire i nostri nutrizionisti moderni.
In fondo, Ghino di Tacco è il simbolo di quella Tuscia che non si lascia addomesticare, che vive tra il rigore delle pietre vulcaniche e la fluidità delle leggende. È un personaggio che ci insegna come, nel nostro Paese, la linea tra eroe e bandito sia sottile quanto un tratto di matita su una carta geografica seicentesca. E voi, quando passate per quei borghi tra il Senese e il Viterbese, non guardate solo le pietre: cercate l’ombra di Ghino. È ancora lì, a guardare chi passa, pronto a esigere il suo “pedaggio” di gloria.

















