

SANT’ANGELO DI ROCCALVECCE – (Foto Giuseppe Marocchi) Alle sei in punto di questo mercoledì 26 agosto, quando il borgo di Sant’Angelo ancora dormiva immerso nei suoi murales e nelle sue storie incantate, l’aria si è fatta improvvisamente densa, elettrica, quasi pesante di un metallo invisibile. Poi, il lampo. Un taglio di luce bianca che non ha illuminato, ma ha spaccato il mondo. E un boato secco, di quelli che fanno sobbalzare i letti e stringere il cuore. Il bersaglio, con una precisione quasi demoniaca, è stato lui: il tetto della chiesa parrocchiale.
Non è stato un fulmine solo. È stata una furia sdoppiata. Il primo colpo ha centrato in pieno la croce sulla sommità della facciata, staccandola di netto e facendola precipitare. Il secondo ha trafitto la copertura, sfondando le tegole come fossero carta velina. Un istante dopo, la pioggia di calcinacci: fuori sulla strada, a bloccare i vicoli, e dentro, lungo la navata, proprio lì vicino all’altare dove il silenzio si è mescolato alla polvere dei secoli.
I vigili del fuoco e i carabinieri sono arrivati in fretta a transennare le ferite di pietra e a medicare il tetto ferito. Ma mentre fuori si contano i danni e si misura la sfortuna, dentro la chiesa, tra i banchi deserti e l’odore della calce fresca, la comunità si è raccolta attorno a un dettaglio che ha del prodigioso.
Basta guardare la statua di San Michele Arcangelo. È lì, immobile nel suo mantello e nella sua posa fiera. E a guardarla adesso, dopo quel boato, sembra quasi che indichi con precisione millimetrica il punto esatto dove la saetta ha perforato la volta. Una coincidenza? Un segno? Nei paesi di fiaba e di fede sottile, la linea tra il caso e il miracolo è sottile come un filo di fumo. La croce è caduta, le tegole sono rotte e l’accesso è interdetto. Ma tra i vicoli di Sant’Angelo, mentre la gente si scambia sottovoce il racconto di quell’alba di pioggia e fuoco, resta la sensazione che il cielo abbia bussato con rabbia, e che qualcuno, da lassù, abbia tenuto la mano ferma per impedire il peggio.

















