Francesco, l’uomo che abbiamo smesso di vedere
Francesco
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Dalle biografie censurate al racconto di Alessandro Barbero: il santo che credevamo di conoscere torna a inquietare il presente.

IL DOMENICALE – Per ognuno di noi San Francesco d’Assisi è una di quelle figure che pensiamo di conoscere. Il santo degli uccelli, della pace, della dolcezza. Il poverello gentile, diventato quasi un simbolo universale, oltre la fede. Eppure, proprio quando crediamo di averlo capito, Francesco ci sfugge. Le prime biografie furono scritte da chi lo aveva conosciuto davvero. Compagni, frati, testimoni diretti. Potremmo pensare che siano le più affidabili. E invece no. Quelle fonti si contraddicono, si sovrappongono, si correggono a vicenda. Ognuno restituisce un Francesco diverso.

Un segno evidente: già allora non era facile capirlo. Col tempo, però, quella complessità è diventata un problema. Troppo difficile da tenere insieme. Troppo scomoda. Così, a distanza di pochi decenni dalla sua morte, l’Ordine francescano prese una decisione radicale: cancellare le versioni discordanti e costruirne una sola, definitiva. La Legenda maior, affidata a San Bonaventura. Le altre biografie vennero cercate e distrutte. È un gesto che dice molto. Non solo su Francesco, ma su di noi. Sul nostro bisogno di rendere lineare ciò che è complesso, di semplificare ciò che inquieta, di trasformare una vita contraddittoria in un modello rassicurante.

Ma quelle voci, nel tempo, sono riemerse. E il Francesco che restituiscono è diverso. Non è sempre sereno. Non è sempre dolce. Non è un’icona senza crepe. È un uomo attraversato da tensioni, capace di gesti di straordinaria tenerezza e di improvvise durezze. È un uomo che conosce la delusione, il fallimento, il conflitto. Non solo con il mondo, ma anche con i suoi stessi compagni. E soprattutto, non è mai uguale a sé stesso. È questa l’operazione che compie il libro di San Francesco: togliere il santo dalla cornice e restituirlo alla storia. Non per ridurlo, ma per renderlo più vero. Più vicino.

Ne emerge una figura radicale. Un giovane che abbandona tutto – ricchezza, famiglia, sicurezza – per inseguire un’idea di povertà assoluta. Non come gesto simbolico, ma come scelta concreta, totale. Una scelta che lo mette in rotta di collisione con la società del suo tempo e, in parte, anche con la Chiesa. Francesco non è un riformatore tranquillo. È un uomo che rompe gli equilibri. Che mette in discussione non solo il possesso, ma il potere, la gerarchia, le logiche stesse dell’organizzazione. E questo crea inevitabilmente tensioni. Anche dentro il movimento che nasce intorno a lui. Perché vivere davvero senza nulla, senza proprietà, senza protezioni, è qualcosa che affascina, ma che spaventa. E che, alla lunga, diventa difficile da sostenere.

Qui il racconto di Barbero si fa ancora più attuale. Perché quella tensione tra ideale e realtà non appartiene solo al Medioevo. È la stessa che attraversa il nostro tempo. In una società costruita sul consumo, sull’accumulo, sull’affermazione individuale, la scelta di
Francesco appare quasi incomprensibile. O, forse, troppo comprensibile per essere accettata fino in fondo. Per questo lo abbiamo addolcito.
Lo abbiamo trasformato in un simbolo innocuo. In un santo che non disturba, che non mette in discussione, che può essere amato da tutti senza cambiare nulla. Ma il Francesco che emerge dalle fonti – e che Barbero riporta alla luce – è un’altra cosa. È un uomo che costringe a scegliere. Che non lascia tranquilli. E allora la domanda torna, inevitabile. Chi è stato davvero Francesco?

Forse non esiste una risposta unica. Forse non è mai esistito un solo Francesco. Ma proprio questa pluralità, questa tensione irrisolta, è la sua verità più profonda. E anche la sua attualità. Perché, a ottocento anni dalla sua morte, il problema non è capire chi fosse. Il problema è capire se siamo disposti, davvero, a prenderlo sul serio.

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Un uomo che ha capito che tutto il successo del mondo non vale quanto la possibilità di riposare all'ombra di un castagno che hai piantato con le tue mani.
Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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