

IL DOMENICALE – Quando si parla delle difficoltà scolastiche si richiamano quasi sempre il reddito, la qualità degli edifici e il numero degli insegnanti, mentre si evita il problema più scomodo: una parte consistente dei ragazzi cresce in famiglie che, pur volendo profondamente bene ai propri figli, non possiedono gli strumenti culturali necessari per accompagnarli nello studio, orientarne le scelte e aiutarli a comprendere il valore dell’istruzione. Non è una colpa da attribuire ai genitori, né un giudizio sulla loro intelligenza o dignità; è il risultato di una debolezza storica del Paese che la scuola avrebbe il compito di interrompere e che invece continua troppo spesso a riprodurre.
I dati dell’Istat sulla povertà educativa sono durissimi: il 20,7 per cento dei bambini e dei ragazzi ha genitori con un basso titolo di studio, mentre il 37 per cento vive in abitazioni senza libri o con non più di venticinque volumi. Significa che per una parte enorme della nuova generazione leggere, discutere di attualità, visitare un museo, conoscere linguaggi differenti e considerare naturale la prosecuzione degli studi sono esperienze meno frequenti, con conseguenze che iniziano molto prima del primo voto e che nessuna interrogazione può misurare completamente.
Il Rapporto annuale Istat 2026 mostra che la probabilità di scegliere il liceo è quasi otto volte maggiore quando almeno uno dei genitori è laureato rispetto alle famiglie nelle quali il titolo più elevato è la licenza media, mentre la probabilità di conseguire una laurea diventa oltre dodici volte superiore. Numeri di questa portata distruggono la favola consolatoria secondo la quale la scuola italiana offrirebbe a tutti le stesse possibilità e selezionerebbe poi soltanto in base al merito, perché se l’istruzione dei genitori determina in misura così potente quella dei figli, il punto di partenza continua a pesare più delle dichiarazioni sull’uguaglianza.
Il capitale culturale familiare agisce in centinaia di gesti quotidiani: nel numero delle parole utilizzate, nella capacità di comprendere una circolare, nella sicurezza con cui si parla a un insegnante, nella conoscenza degli indirizzi scolastici e universitari, nella possibilità di aiutare con i compiti e perfino nell’aspettativa nutrita verso il futuro del figlio. Chi possiede questi strumenti sa bussare alle porte giuste, riconosce una difficoltà prima che diventi grave, conosce le alternative e incoraggia scelte ambiziose; mentre chi ne è privo può accettare come inevitabile un risultato mediocre, indirizzare il ragazzo verso il percorso apparentemente più semplice o provare soggezione davanti all’istituzione scolastica.
La scuola aggrava la distanza quando assegna attività che presuppongono l’aiuto dei genitori, trasferisce comunicazioni complesse sulle piattaforme digitali, affida l’orientamento a incontri occasionali e considera disinteresse ciò che talvolta è soltanto insicurezza culturale. Persino la retorica della partecipazione familiare può diventare discriminatoria, perché chiedere collaborazione è giusto, ma pretendere che tutti sappiano offrirla nello stesso modo significa ignorare la realtà e premiare ancora una volta gli studenti che possono utilizzare il sapere degli adulti di casa come una seconda scuola gratuita.
Nella Tuscia questa fragilità incontra la scarsità di biblioteche attive, librerie, cinema, teatri, trasporti serali e occasioni culturali continuative in molti piccoli centri, dove un evento estivo non può sostituire un’infrastruttura educativa disponibile durante tutto l’anno. Occorre costruire intorno agli istituti una rete fatta di doposcuola pubblici, laboratori gratuiti, biblioteche scolastiche e comunali, orientamento individuale, collaborazione con associazioni, musei e Università della Tuscia, coinvolgendo anche i genitori in percorsi semplici che consentano loro di conoscere meglio il sistema educativo senza sentirsi giudicati.
La povertà culturale non si combatte regalando qualche libro davanti alle telecamere, ma creando consuetudine alla lettura, capacità critica, padronanza del linguaggio e fiducia nella possibilità di apprendere, perché un cittadino che comprende male un testo, non sa distinguere una fonte e fatica a orientarsi nelle procedure sarà più esposto alla propaganda, alle truffe e alla dipendenza da chi parla più forte. Il livello culturale non riguarda quindi soltanto il successo scolastico, ma la qualità della democrazia e la libertà concreta delle persone.
Se il titolo di studio dei genitori continua a decidere in misura così forte quello dei figli, la mobilità sociale si è fermata e la scuola, invece di aprire le porte, sorveglia quelle che la nascita ha già chiuso. Il vero merito non consiste nel premiare chi arriva primo dopo essere partito cento metri avanti; consiste nel dare a tutti gli strumenti per affrontare la stessa distanza, e finché questo non accadrà continueremo a chiamare talento ciò che spesso è anche privilegio e incapacità ciò che molte volte è soltanto abbandono.


















