

VITERBO – Ha combattuto alcune delle battaglie più dure contro le posizioni cattoliche su aborto, divorzio e fine vita, ma non ha mai avuto bisogno di trasformare la Chiesa in un nemico. La sua storia ricorda che il conflitto democratico può essere radicale senza diventare disprezzo dell’altro.
Emma Bonino se n’è andata dopo più di mezzo secolo trascorso a combattere, spesso scegliendo proprio le battaglie che dividevano maggiormente il Paese, quelle nelle quali era più difficile trovare mediazioni e nelle quali la distanza fra il mondo radicale e la Chiesa cattolica appariva quasi incolmabile. Aborto, divorzio, eutanasia, libertà individuali: temi sui quali Bonino non nascose mai le proprie convinzioni e sui quali non cercò accomodamenti diplomatici.
Purtuttavia, proprio nel rapporto con la Chiesa c’è forse una parte della sua storia che oggi merita di essere ricordata. Bonino fu protagonista della stagione radicale che contribuì a cambiare profondamente il costume italiano: il referendum del 1974 confermò la legge sul divorzio con il 59,3% dei voti contrari alla sua abrogazione, mentre sull’aborto la storia fu più articolata, perché dopo l’approvazione della legge 194 del 1978, nel 1981 furono respinte sia la proposta radicale che puntava a un’ulteriore liberalizzazione sia quella del Movimento per la vita che mirava invece a restringere fortemente la possibilità di interrompere la gravidanza.
Bonino era stata persino arrestata nel 1975 dopo essersi autodenunciata per la propria attività nella campagna contro l’aborto clandestino. Non fu dunque una spettatrice dello scontro tra la cultura laica e quella cattolica, ne fu una delle protagoniste più esposte; tuttavia, non confuse mai due piani che oggi tendiamo continuamente a sovrapporre, cioè contestare un principio e delegittimare chi lo sostiene.
Lo disse con grande chiarezza ancora nel 2024, commentando un documento vaticano che ribadiva la condanna dell’aborto e dell’eutanasia. «Da non credente, rispetto le posizioni della Chiesa», spiegò, aggiungendo però che in uno Stato libero ciò che viene considerato peccato da una religione non può automaticamente diventare reato per tutti. Dentro questa frase c’è una concezione della laicità che abbiamo in parte smarrito.
Laicità non significa cancellare la religione dallo spazio pubblico e neppure pretendere che la Chiesa rinunci alla propria dottrina per adeguarsi allo spirito dei tempi; significa riconoscere alla Chiesa il diritto di dire che l’aborto è moralmente sbagliato e, contemporaneamente, rivendicare per il Parlamento il diritto e il dovere di legiferare per una società composta anche da persone che quella convinzione non condividono. Era una distinzione netta, non una mediazione al ribasso.
Per questo assume un significato particolare la lunga trama di rapporti che Bonino ebbe con i Pontefici. Il 13 febbraio 1986 lei e Marco Pannella furono ricevuti da Giovanni Paolo II per presentare l’iniziativa radicale contro la fame nel mondo, trovando un terreno comune proprio là dove le differenze ideologiche avrebbero potuto suggerire soltanto distanza.
Molti anni dopo accadde qualcosa di ancora più significativo con Francesco. Il 5 novembre 2024, tornando dall’Università Gregoriana, Papa Francesco deviò il percorso verso Santa Marta e andò personalmente a trovare Emma Bonino nella sua casa romana, dopo un periodo difficile di malattia. Le portò rose e cioccolatini, la salutò in piemontese, entrambi finirono immortalati in sedia a rotelle su una terrazza assolata. Bonino raccontò la propria emozione e definì straordinario l’aspetto umano di Francesco, mentre il Papa le riconobbe libertà e resistenza.
Non avevano cambiato idea. Francesco continuava a considerare l’aborto moralmente inaccettabile, Bonino continuava a difendere la legge 194 e il diritto all’eutanasia. Persino durante i loro incontri le distanze rismarero. Dopo la morte di Francesco, Bonino ricordò però la sua azione in favore di carcerati, migranti, dimenticati ed esclusi e parlò con riconoscenza della forza che quella visita le aveva trasmesso. È forse questa l’immagine che vale la pena conservare: due persone lontanissime su questioni essenziali, capaci tuttavia di riconoscersi sul terreno della dignità umana, dei migranti, dei detenuti, della lotta alla fame e dell’attenzione verso chi non aveva voce.
Oggi la politica sembra funzionare esattamente al contrario. Prima si decide chi è il nemico, poi si stabilisce che qualsiasi cosa dica deve essere sbagliata, e chi dissente non è più semplicemente qualcuno con un’idea diversa: diventa moralmente sospetto, ignorante, traditore, fascista, comunista, clericale, laicista, buonista, razzista, secondo il vocabolario della tribù alla quale apparteniamo.
Emma Bonino aveva idee che molti cattolici hanno considerato profondamente sbagliate e che continueranno a considerare tali, ma la sua storia con Giovanni Paolo II e Francesco dimostra una cosa molto più importante della possibilità di essere tutti d’accordo: si può combattere una battaglia fino in fondo senza smettere di riconoscere la dignità dell’avversario. Forse è questa, oggi, una delle più radicali battaglie civili che ci restano da vincere.


















