

IL PUNTO DI VISTA – Caro Giulio, siamo diventati amici in tarda età pur essendo viterbesi da sempre. E questo forse è il motivo dei tanti equivoci in cui sei caduto nel tuo ultimo intervento (leggi qui), nel quale mi citi continuamente. Ti ringrazio dell’attenzione, ma poi occorre chiarire, mettere i puntini sulle “i”.
Intanto, mi spiace dover parlare di me; non sono abituato a farlo, in genere mi affido alle mie opere. Allora, in breve: ho passato i miei migliori anni giovanili sulle panchine di Piazza Crispi a parlare di come far crescere Viterbo, assieme ai alcuni miei coetanei: era il tentativo velleitario di un ventenne di trasformare il sessantottinismo in pratiche utili alla comunità viterbese. Scrivevo con altri amici, da Umberto Laurenti a Domenico Mangano ad Agostino Moscatelli sul giornale La Vedetta della sinistra DC (ed essere sinistra DC equivaleva quasi ad essere un rivoluzionario, allora…).
Da sociologo, o meglio da titolare di una Cattedra di Sociologia alla Sapienza, ereditata da Franco Ferrarotti assieme alla sua sedia e alla sua scrivania, ho condotto indagini e ricerche scientifiche su tanti problemi sociali; non dimenticandomi di Viterbo, giacché allora studiai il Sodalizio di Facchini di S. Rosa nelle sue fasi costitutive, e trent’anni più tardi la percezione della sicurezza tra i teenagers viterbesi, con l’ appoggio del Sindaco Marini.
Così, ho continuato a partecipare ai problemi della mia Città, scrivendo anche sulle pagine de Il Messaggero e di altri giornali, ma soprattutto sono stato arruolato come assessore provinciale “tecnico” (quindi niente bla bla politico) alla cultura e al turismo. Tutto ciò per dire che non credo meritare da te il giudizio di essere teorico e poco pratico, di non sapermi relazionare alla vita di tutti i giorni. Perché questo è proprio ciò che fa il sociologo nel micro, anche se poi inquadra certe dinamiche sociali alla luce delle più ampie problematiche del macro.
Facendo certe affermazioni, insomma, mi accusi di non saper fare il mio mestiere e devi capire che il tuo diventa un giudizio un po’ avventato. Peraltro il tuo pragmatismo americano, pur essendo benedetto sul piano dell’operazionalizzazione delle idee in una cultura come quella di casa nostra, troppo incline a proclami e bla bla vari, pecca – come hanno fatto rilevare numerosi pensatori europei – sul piano della teoria.
Perché fare senza pensare può portare a percorrere vie senza perché, senza intenzioni reali e senza sbocchi, e talvolta senza rilevanza. Se non si sanno, scientificamente, quali siano le origini di certi problemi, se non se ne discute, c’è il rischio di sparare a vista (cosa molto americana…) o di sparare alla luna.
Peraltro, non capisco come una lettera sull’incapacità della sinistra italiana di affrontare realisticamente il problema delle migrazioni e dei rapporti interculturali, lasciando così tutto nelle mani di certa destra, ti abbia spinto a discutere della mia capacità o meno di tradurre il pensiero in opere concrete su Viterbo…
Caro Giulio, un’ultima notazione. Il sociologo non è un filosofo, è una scienziato sociale. Lo so, ci sono filosofi che si spacciano o vengono spacciati per sociologi. Ma c’è un solco tra chi produce idee e chi, come fa qualsiasi scienziato, cerca una sintesi tra idee, cioè teoria, e fatti, cioè dati di ricerca. Il filosofo è un saggio che si destreggia tra la poltrona e la biblioteca; il sociologo parla perché è sceso su campo. Spero che, al di là di certi scambi di fioretto tra di noi, i mio intervento contribuisca a togliere di mezzo l’equivoco in cui cadono molti, della precisa sovrapponibilità tra filosofia e sociologia.

















