

IL DOMENICALE – Il problema non è essere favorevoli o contrari alle energie rinnovabili: questa contrapposizione ormai serve soprattutto a evitare la questione vera, ovvero chi decide come deve cambiare il territorio. Se la risposta diventa che decide chi presenta per primo un progetto compatibile con le norme, mentre le istituzioni si limitano a verificare documenti, vincoli e procedure, allora la politica ha smesso di fare il proprio mestiere.
Il caso dell’eolico tra Tarquinia e Tuscania rende molto concreta questa domanda. Possiamo discutere dell’impatto degli aerogeneratori, del paesaggio, dell’archeologia, dell’agricoltura e dell’energia prodotta, ma prima ancora dovremmo sapere quale idea esiste per quell’area, quanta produzione energetica si ritiene compatibile con le altre funzioni del territorio e quale trasformazione complessiva siamo disposti ad accettare. Non può essere il singolo investitore a rispondere a queste domande, perché legittimamente guarda al proprio progetto: deve farlo la politica.
Regione, Provincia e Comuni dovrebbero assumersi una responsabilità che troppo spesso viene scaricata sulle procedure autorizzative: definire una gerarchia delle aree, stabilire quali superfici devono essere utilizzate prioritariamente e quali devono invece essere protette, valutare gli effetti cumulativi degli impianti già presenti e di quelli programmati, indicare una soglia oltre la quale un territorio rischia di cambiare natura. Dire semplicemente che un progetto rispetta la legge non basta. Anche dieci progetti perfettamente legittimi, valutati uno alla volta, possono produrre insieme un risultato che nessuno avrebbe scelto consapevolmente.
È proprio qui che serve la politica, prima che arrivino i progetti e non soltanto quando bisogna esprimere un parere. Per il fotovoltaico dovrebbe essere affermato un principio comprensibile a tutti: utilizzare prima ciò che abbiamo già trasformato. Tetti dei capannoni, edifici pubblici e privati, parcheggi, aree industriali, superfici degradate o compromesse devono avere una priorità reale e non soltanto dichiarata; il terreno agricolo non può continuare a essere considerato semplicemente uno spazio vuoto disponibile perché costa meno o rende più semplice realizzare grandi impianti.
Non significa vietare ogni utilizzo di area agricola: significa obbligare la politica a spiegare perché in quel luogo l’interesse energetico debba prevalere su quello agricolo, paesaggistico o archeologico.
Lo stesso ragionamento vale per l’eolico e per i grandi sistemi di accumulo. Non esiste una transizione energetica senza infrastrutture e sarebbe demagogico sostenere il contrario, ma proprio perché queste infrastrutture sono necessarie non possono essere distribuite secondo la sola convenienza delle singole iniziative economiche.
Occorre una mappa politica, prima ancora che tecnica, della Tuscia energetica. Dove vogliamo concentrare gli impianti, quali aree consideriamo incompatibili, quale rapporto vogliamo mantenere tra produzione energetica e agricoltura, quale trasformazione del paesaggio siamo disposti ad accettare, quali infrastrutture di rete sono necessarie e, soprattutto, quanto sta già sopportando ciascuna parte della provincia.
La responsabilità della politica non finisce neppure con l’autorizzazione, perché c’è un’altra domanda che dovrebbe accompagnare ogni grande investimento: che cosa rimane alla Tuscia? Non bastano compensazioni occasionali o qualche entrata per un Comune: un territorio che contribuisce alla transizione energetica nazionale deve ottenere benefici strutturali, lavoro qualificato, coinvolgimento delle imprese locali, comunità energetiche, investimenti nei servizi, formazione professionale e, dove possibile, vantaggi concreti sul costo dell’energia per cittadini e attività produttive. Altrimenti rischiamo una transizione molto particolare: energia prodotta qui, profitti prevalentemente altrove e territorio trasformato permanentemente. Non sarebbe sviluppo sostenibile, sarebbe semplicemente una nuova forma di utilizzo periferico della Tuscia.
Serve quindi una politica capace anche di dire dei no, parola diventata quasi impronunciabile quando si parla di investimenti; ma governare significa scegliere, e scegliere significa inevitabilmente accettare alcune trasformazioni e rifiutarne altre. Un’amministrazione che dice sì a tutto non è favorevole allo sviluppo: ha semplicemente rinunciato a stabilire quale sviluppo vuole.
La Tuscia deve partecipare alla transizione energetica, non subirla. Le rinnovabili sono indispensabili, ma proprio per questo non possiamo permetterci di realizzarle male, senza una regia, sommando impianti e autorizzazioni fino a scoprire un giorno che il territorio è cambiato molto più di quanto avessimo deciso. L’energia si può produrre di nuovo ogni giorno, il territorio consumato, il paesaggio trasformato e un patrimonio agricolo compromesso molto più difficilmente. È per questo che la decisione finale non può essere lasciata al mercato o alle procedure: deve tornare ad appartenere alla politica, che poi deve avere anche il coraggio di risponderne davanti ai cittadini.


















