
EDITORIALE – “Prima dell’incontro, il commissario straordinario Paolo Pelliccia ha presentato il nuovo programma e, con l’occasione, ha risposto all’invito pubblico a farsi carico dell’organizzazione di un Festival estivo che nella mattinata di sabato Roberto Pomi, direttore della testata “La Fune”, gli aveva rivolto.
Il commissario ha ringraziato Pomi per l’invito ma ha ricordato la mole di impegni che la gestione del sistema Biblioteca comporta, per poi ribadire che un simile incarico non può ricadere su un’unica persona. Sarebbe opportuno designare un gruppo di lavoro che coinvolga personalità dell’Università della Tuscia che – per competenze, capacità organizzative e disponibilità di fondi e strutture – dovrebbe essere l’istituzione di riferimento per questo genere di iniziative”. Con questo testo sulla pagina Facebook della Biblioteca Consorziale di Viterbo il Commissario Paolo Pelliccia ci ha fatto sapere cosa pensa dell’invito che gli abbiamo rivolto di lavorare per dare alla città di Viterbo un Festival.
Pelliccia, con cui nella giornata di oggi (martedì 7 ottobre) ho avuto un cortese scambio telefonico, non ne vuole sapere. Ci ha ringraziato per il gesto di stima. Da parte nostra gli abbiamo detto, nella maniera diretta che ci caratterizza, che poco ci interessa di tributargli stima e ribadito che c’è uno spazio terribilmente vuoto in questa città, rimasta orfana di Caffeina, e che poche persone saprebbero come riempirlo.
Abbiamo quindi aperto dal computer, mentre eravamo al telefono con lui, un elenco di nomi venuti a Viterbo alle cose organizzate dalla Biblioteca negli ultimi anni: Giulio Maira, Marcello Veneziani, Corrado Augias, Luigi Serafini, Carlo Piano e Maurizio Milan, Antonio Moresco, il recente Olivier Guez … Nome, silenzio, nome, nome, silenzio, nome …
Pelliccia avrà pensato che fossi pazzo, però ha ascoltato tutto. Poi ha detto la sua: “Beh ma sono nomi che hanno portato anche altri”. Lo aspettavamo qua il Commissario per inchiodarlo: “Sì, ma tu li hai portati gratis”. A quel punto in silenzio è rimasto lui.
“Vedi, caro Paolo – l’abbiamo buttata là – alla fine il valore di un direttore artistico, che nelle città serie si paga il giusto, sta nella capacità di portare idee ed intelligenze (la scelta di non usare la parola “nomi” non è casuale) attraverso personalità di indiscutibile livello senza mettere mano alla tasca. Perché assemblare una rassegna ricorrendo alle agenzie è un lavoro che può fare anche un dipendente del Comune”. Riusciamo a ottenere di nuovo il silenzio del Commissario.
Ci salutiamo cortesemente e finisce lì, con lui che “sbofonchia”: “Io non posso farlo, serve una squadra, è un lavoro delicato”. A distanza di qualche ora abbiamo deciso di scrivere quanto state leggendo, per raccontare un dietro le quinte che riteniamo interessante per la città ma soprattutto per ribadire il tema iniziale: Viterbo è ancora orfana di Caffeina, a distanza di quasi un decennio dall’ultima edizione.
Serve un Festival che sia un Festival, che riempia davvero le piazze, che faccia uscire le persone di casa. Ricordo un Parco del Paradosso magnificamente stracolmo di persone per una serata con Philippe Daverio. Non ho più visto una cosa simile. Ricordo una piazza del Comune strapiena per Roberto Saviano e persone arrivate da Roma per assistere.
Non c’è più stata una Caffeina perché non c’è più stata una direzione artistica riconoscibile e capace di esistere in un mondo, che è quello della cultura, dove ci si muove sui rapporti, sulla credibilità, sulla stima. Il Consorzio Biblioteche ha fatto cose enormi che sarebbe stato giusto mettere in piazza, portare a centinaia di persone, usare per riempire davvero le piazze del centro.
E allora, anche se lui non cede e rilancia su altri, noi teniamo il punto. Paolo Pelliccia è il direttore artistico giusto per restituire un Festival a Viterbo, per colmare un vuoto che nessuno è riuscito a colmare. Naturalmente non gli chiediamo di portare gli stand che friggono patatine delle ultime edizioni di Caffeina ma di dare vita a eventi culturali di livello non provinciale sì. Per amore della città, per convinzione che la cultura sia una strada potente anche per rendere più sicura e bella e turisticamente attraente la città.


















