Edicole, l’ultima serranda nei territori interni
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La scomparsa delle edicole nelle città, in provincia e nella Tuscia è il segno di un impoverimento civile che colpisce soprattutto l’Italia più fragile.

VITERBO – C’è un’Italia che perde pezzi in silenzio. Non fa rumore come una fabbrica che chiude, non riempie le piazze come un ospedale che viene ridimensionato. È l’Italia delle edicole che abbassano la serranda. Succede nelle grandi città, nelle periferie, nei quartieri un tempo popolari. Ma accade soprattutto nei territori interni, nei borghi, nelle province già segnate dallo spopolamento.

Quando un’edicola chiude a Roma o a Milano, il tessuto urbano assorbe il colpo. Quando chiude in un piccolo comune della Tuscia o in un centro della provincia di Viterbo, si spegne spesso uno degli ultimi presìdi civili rimasti. Nei territori interni l’edicola non è solo un esercizio commerciale. È un luogo di relazione. Un punto di contatto tra generazioni. Un microspazio pubblico dove si scambiano notizie, opinioni,
preoccupazioni.

In molti comuni della Tuscia, l’edicola è anche punto servizi: bollettini, ricariche, piccoli pagamenti. Dove hanno chiuso le filiali bancarie e gli uffici postali sono stati ridotti, l’edicolante è rimasto come presidio di prossimità. Finché ha potuto. Oggi il calo strutturale delle vendite dei quotidiani, l’esplosione dell’informazione digitale, i margini ridotti al minimo e i costi fissi crescenti stanno rendendo insostenibile questa attività. Nei centri storici si vedono chioschi vuoti; nei borghi, strutture abbandonate che raccontano più di molte statistiche.

La Tuscia è un laboratorio involontario di questa trasformazione. Un territorio ricco di storia, di paesaggi, di identità, ma fragile dal punto di vista demografico ed economico. Qui la chiusura di un’edicola si somma alla desertificazione commerciale, alla fuga dei giovani, alla difficoltà di attrarre nuovi residenti.

In città come Viterbo la riduzione dei punti vendita della stampa è visibile. Nei comuni più piccoli il fenomeno è ancora più radicale: semplicemente, l’edicola non c’è più. Per leggere un quotidiano bisogna spostarsi di chilometri. Per molti anziani significa rinunciare. La conseguenza non è solo economica. È culturale e democratica. Meno edicole significa meno accesso fisico al pluralismo informativo. Significa che l’informazione diventa sempre più mediata da algoritmi, da flussi digitali personalizzati, meno visibili nella loro varietà.

L’Italia dei territori interni – dall’Appennino centrale fino alle aree collinari del Lazio – vive già una condizione di marginalità infrastrutturale: trasporti ridotti, servizi sanitari lontani, scuole accorpate. Se anche l’edicola scompare, si riduce ulteriormente lo spazio pubblico condiviso.
Non tutti hanno competenze digitali avanzate. Non tutti vogliono o possono informarsi solo attraverso uno schermo. L’edicola garantiva un accesso semplice, immediato, visibile a giornali di orientamenti diversi. Era una forma concreta di pluralismo.

La chiusura delle edicole viene spesso presentata come effetto inevitabile del progresso tecnologico. Ma nei territori interni la questione è più profonda: riguarda la tenuta della comunità. Se consideriamo l’edicola un semplice punto vendita, il mercato deciderà la sua sorte. Se invece la riconosciamo come presidio civico, allora diventa legittimo interrogarsi su politiche di sostegno, su modelli ibridi, su trasformazioni che la rendano sostenibile: punti multiservizi, spazi culturali, luoghi di micro-eventi, integrazione con servizi pubblici locali.

Non si tratta di difendere romanticamente il giornale di carta. Si tratta di capire che nei territori interni ogni chiusura pesa di più. Ogni serranda abbassata è un segnale di arretramento dello spazio comune. Una città senza edicole è più silenziosa. Un territorio interno senza edicole è più isolato.

E una Tuscia senza edicole rischia di diventare un luogo ancora più fragile, dove l’informazione non si incontra più nelle piazze ma scorre, solitaria, sugli schermi. La domanda, allora, non è solo economica. È civile: quale Italia vogliamo per i nostri territori interni? Una rete di comunità vive o un mosaico di spazi sempre più vuoti?

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Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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