

VITERBO – C’è un filo rosso, invisibile ma tenace, che lega il sottosuolo di Viterbo alla superficie della curiosità popolare. Basta tirarlo un minimo, quel filo, perché si scateni un terremoto di reazioni. È esattamente quello che è successo nelle ultime ore, da quando sulle pagine de La Fune abbiamo riacceso i riflettori su una delle storie più oscure, affascinanti e bizzarre del nostro passato: la sfida al buio della Grotta del Cataletto lanciata dal canonico della cattedrale nei secoli scorsi.
Diciamolo chiaramente: è scoppiata una vera e propria “Cataletto mania”. L’articolo pubblicato dal nostro giornale ha fatto saltare il banco della distrazione social, catalizzando l’attenzione dei viterbesi su un luogo che molti conoscevano solo per sentito dire, o per via di quelle leggende tramandate a mezza bocca che profumano di esoterismo, aldilà etrusco e tesori nascosti. Nel giro di poche ore, la redazione è stata letteralmente sommersa di messaggi, mail, segnalazioni. Sui social i commenti non si contano più. E il tenore delle reazioni, al netto della suggestione del racconto, fotografa una volontà precisa, quasi un mandato politico e culturale che i cittadini stanno inviando a chi di dovere.
“Perché non facciamo nulla? Perché quel posto resta chiuso e abbandonato?”. È questo il leitmotiv che rimbalza da una bacheca all’altra. La proposta della piazza virtuale è netta: serve investire risorse – e servirà farlo seriamente – per esplorare finalmente la Grotta del Cataletto in modo scientifico, per mapparla palmo a palmo con le tecnologie moderne e, perché no, per trasformarla in un attrattore turistico di primissimo livello.
La suggestione, d’altronde, è l’ingrediente segreto che muove i flussi del turismo contemporaneo. E la Grotta del Cataletto, con il suo carico di cronache dall’oltretomba e misteri mai risolti, ha tutte le carte in regola per diventare una nuova calamita per i visitatori, un percorso alternativo capace di dialogare con la Viterbo sotterranea che già funziona e attira numeri importanti. I viterbesi lo hanno capito prima della politica, come spesso accade da queste parti. Chiedono a gran voce che quel nastro bicolore ideale che separa la città dai suoi misteri venga finalmente sciolto.
Restare a guardare, archiviare la faccenda come una semplice curiosità storica da clic della domenica sera, sarebbe l’ennesimo errore di miopia. L’attenzione si è accesa, la scintilla è partita dalle pagine de La Fune. Ora la palla passa a Palazzo dei Priori, alla Soprintendenza, a chi ha il potere di firmare i decreti e stanziare i fondi. Perché se Viterbo vuole davvero svoltare, deve imparare a far parlare anche il buio dei suoi sotterranei. E la Grotta del Cataletto sta urlando da troppo tempo.

















