

EDITORIALE – Una recente indagine della Guardia di Finanza ha scoperchiato un vaso di Pandora al Comune di Viterbo. Il patrimonio comunale, fatto di locali commerciali dati in affitto, è stato, nei fatti, “dilapidato”: oltre un milione di euro di mancata riscossione. Una cifra che grida vendetta, un danno erariale che ora passerà al vaglio dei tribunali. Lì, tra le carte bollate e le arringhe, emergerà la verità giudiziaria e saranno accertate le responsabilità.
Ma c’è un altro ambito, silenzioso eppure altrettanto vasto, dove la gestione della “cosa pubblica” viterbese potrebbe presentare dei problemi. Parliamo dell’immenso patrimonio storico-artistico della nostra città. Se gli affitti non riscossi rappresentano una ferita al bilancio economico, la perdita delle opere d’arte (possibile come è stato possibile accumulare milioni di euro di affitti non incassati) costituirebbe una ferita mortale all’anima stessa di Viterbo.
Un patrimonio sotto la lente
Dal dopoguerra a oggi, ci siamo mai posti la domanda fondamentale: il patrimonio artistico comunale è stato monitorato, tutelato e custodito con la cura che merita? O, come per gli affitti dei locali, anche qui ci siamo cullati nell’illusione che “tanto, è tutto lì”?
Oggi, la domanda è d’obbligo: c’è ancora tutto? Il patrimonio artistico di una città non è un concetto astratto; è fatto di tele, tavole, frammenti di affreschi e reperti che devono trovarsi esattamente dove indicano i registri e gli inventari. Se gli affitti non riscossi sono denaro dei cittadini, i beni storici sono la nostra identità, un capitale che non ha prezzo e che non può permettersi “ammanchi”.
La latitanza di un direttore: un rischio inaccettabile
Il nervo scoperto di questa gestione si trova nel Museo Civico di piazza Crispi. È inaccettabile che una realtà di tale rilievo sia rimasta orfana di un direttore per più di dieci anni. In un decennio di vacatio, in un tempo così lungo, chi ha esercitato il controllo reale? Chi ha vigilato sulla corrispondenza tra l’inventario del 1956 e la realtà dei depositi?
L’assenza di una figura di vertice, di una guida tecnica costante, non è solo una carenza organizzativa: è una condizione di rischio. Una porta non vigilata, un magazzino non inventariato, un ufficio senza una responsabilità chiara sono il terreno ideale per chiunque voglia approfittare della confusione. La mancanza di controllo costante fa sorgere paure legittime: siamo sicuri che tutti i pezzi che dovrebbero esserci siano ancora al loro posto?
Il dovere di un “controllino” (e forse qualcosa di più)
È arrivato il momento di passare dalle ipotesi alla verifica. Come per gli affitti comunali si è preteso giustamente di vedere i conti, allo stesso modo Palazzo dei Priori ha il dovere, morale e politico, di disporre una verifica straordinaria sul patrimonio artistico. Non serve un atto di sfiducia, ma un atto di trasparenza.
Viterbo ha bisogno di un “controllino” rigoroso, un’inventariazione puntuale, un confronto stringente tra gli archivi e ciò che realmente è presente nelle sale e nei depositi. Perché se per il milione di euro di affitti non riscossi si può ancora sperare in un recupero o in una condanna, per un’opera d’arte sparita il danno è spesso definitivo.
La storia viterbese, quella fatta di pietre e colori, appartiene ai cittadini. E i cittadini hanno il diritto di sapere se quel tesoro — di cui spesso ci riempiamo la bocca durante le campagne elettorali — sia ancora integro nelle mani del Comune. Prima che il silenzio, come per gli affitti, si trasformi in un caso giudiziario.

















