"Dobbiamo chiudere i centri commerciali tutte le domeniche"
palazzo papale viterbo
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Un mio amico, la cui opinione apprezzo e rispetto, mi dice: "Dobbiamo chiudere i centri commerciali tutte le domeniche. Siamo un popolo cattolico, a tutti fa piacere stare in famiglia la domenica, anche a chi ci lavora che dobbiamo onorare e rispettare. In più diamo un impulso al centro storico e mandiamo un grande messaggio".

IL CORNER DEL PROFESSORE – Da anni i viterbesi hanno un rapporto complesso con i centri commerciali. Da una parte li indicano come una qualche forma di complotto diabolico, capace di indirizzare traffico e scelte personali, dall’altra li frequentano con piacere. Un mio amico, la cui opinione apprezzo e rispetto, mi dice: “Dobbiamo chiudere i centri commerciali tutte le domeniche. Siamo un popolo cattolico, a tutti fa piacere stare in famiglia la domenica, anche a chi ci lavora che dobbiamo onorare e rispettare. In più diamo un impulso al centro storico e mandiamo un grande messaggio”.

Il mio amico Francesco è una persona intelligente e per bene, merita attenzione e provo a sviluppare sulla sua idea. Di sicuro sarebbe un bel messaggio se tutti i centro commerciali di Viterbo fossero chiusi tutte le domeniche. Certamente rivoluzionario e in controtendenza mondiale. Un messaggio che ci farebbe apparire su tutti i telegiornali d’Italia: la città dal volto umano.

Oppure: Festa per qualcuno, impulso verso il centro storico per tutti gli altri. La città in controtendenza. E in effetti cambiando le abitudini molti del capoluogo avrebbero la possibilità-alternativa di fare una passeggiata in centro o stare in famiglia. Ma non solo. Questi che sembrano dei grandi agglomerati di negozi in realtà hanno una funzione sociale. Nelle zone ristoro vedo le stesse facce o gruppi che passano i pomeriggi. I centri commerciali sono spessissimo destinazione degli abitanti della provincia che trovano aria condizionata, fresco d’estate e caldo d’inverno, parcheggio sicuro ma soprattutto tanta gente intorno al contrario dei paesini sempre più deserti.

Da tutta la Tuscia, arrivando a Viterbo per passare qualche ora sarebbero costretti ad andare in centro. Potenzialmente parliamo di migliaia di persone che si avvicinerebbero alle mura di Viterbo in macchina. Sembrerebbe una grande idea.

Vediamo il progetto dall’altro lato. Ovviamente c’è chi ha bisogno di fare la spesa di domenica o che quel giorno in particolare deve comprare qualcosa e per necessità andrebbero altrove. Magari a pochi chilometri. Altri ancora penserebbero essere la scusa perfetta per andare a Porte di Roma, enorme centro commerciale sul raccordo anulare. Però in linea di massima dopo qualche settimana tutti si abituerebbero, cambiando un pochino le abitudini. Se ci abituiamo a un ago in vena possiamo smettere di fare la spesa la domenica.

Aspetto più complicato: chi dovrebbe investire tempo ed energia per mesi per mettere intorno a un tavolo tutti i proprietari di centri commerciali e convincerli? La politica? Abbiamo tutta questa fiducia nella possibilità, nella voglia o semplicemente del tempo degli amministratori della res pubblica di convincere tutti? Più precisamente la volontà di investire mesi per una trattativa difficile, perché di sicuro non mi sembra né facile né veloce. E i centri commerciali che ne pensano? Non credo che si possa fare una legge solo per un comune quindi parliamo di una scelta volontaria e individuale non soggetta a multe o ripercussioni in caso di cambio di idea. Per continuare a sviluppare l’idea supponiamo che ci sia la volontà di rispondere a una “chiamata” della città e molti siano disposti a chiudere. Che succede se il centro commerciale che va un pochino peggio pensasse di sfruttare a proprio vantaggio la situazione ed essere l’unico aperto (furbetto)? E se un altro centro commerciale avesse paura di perdere clienti per la competizione di Orvieto o Acquapendente e all’ultimo momento cambiasse idea? E sei ci fosse un proprietario di centro commerciale che è una compagnia europea a cui non frega assolutamente nulla che una cittadina chieda una violazione dei propri diritti e ordinasse di essere aperto comunque? Tra l’atro, cosa implica essere chiusi tutte le domeniche per i negozi? Il 14% in meno dell’affitto? A proposito, solo centri commerciali o anche tutti i supermercati?

Per chi lavora al centro commerciale che succede? Dovrebbero essere, almeno nella testa del mio amico, i veri beneficiari. L’aspetto che definisco più delicato sono le cosiddette conseguenze indesiderate: 52 domeniche rappresentano circa il 14% delle giornate lavorative
annuali, ovviamente una su sette. Immagino sia ovvio che il 14% della forza lavoro perderebbe il posto. Sono certo che questa non è la volontà del mio amico ma, di nuovo, ovviamente, uno su sette dei dipendenti perderebbe il lavoro.

Nonostante quanto sopra, per l’amore verso la mia città, supponiamo che questa misura potrebbe in effetti dare impulso al centro storico, assumiamo anche che i centri commerciali siano tutti d’accordo, chi perde il lavoro ne trova un altro e nessuno faccia il furbetto. Come risultante è lecito prevedere flussi verso il centro storico di persone di tutte le età, proprio come i visitatori del centri commerciali. Quante persone arriverebbero in centro? In una bella domenica di marzo o novembre potrebbero arrivarne molte.

La città è attrezzata per ricevere potenzialmente qualche migliaio di persone di tutte le età con le loro necessità? Di fronte al palazzo papale a a piazza San Pellegrino c’è un piccolo bar per far riposare qualcuno e prendere un caffè? Abbiamo bagni efficienti e puliti? Panchine all’ombra nella stagione calda? Cosa non trascurabile, ovviamente nell’ipotesi del mio amico i bar e i negozi del centro dovrebbero essere tutti aperti. Loro non avrebbero diritto alla domenica in famiglia.

Siamo sicuri che sia tutti i residenti, sia persone con il permesso perché portatori di handicap che con macchine elettriche, lascerebbero la macchina negli inesistenti parcheggi o a casa? Cito spesso il caso dei genitori anziani di un mio amico che partono dal Murialdo con la
macchina, fanno il giro delle mura, non trovano parcheggio e torno a casa. Ed i turisti, tra l’altro in numero maggiore degli odierni perché attratti dall’unica città d’Italia dove i centri commerciali sono chiusi. Senza chiusura domenicale apocalittica i turisti che arrivano alla Vetus Urbes hanno difficoltà a trovare i parcheggi. Nella visione del mio amico che succede? Spunta per miracolo un parcheggio da 5000 macchine? In molti, sia cittadini che della provincia farebbero un giro intorno alle mura in macchina e tornerebbero a casa straniti.

Come sempre abbiamo ragione tutti in percentuale e ci sono aspetti affascinanti nella sua proposta ma l’idea del mio amico non è percorribile, minimo troppo complicata. Non è lecito o giusto neanche pensare di far perdere il lavoro a centinaia di persone. Dobbiamo accettare i flussi della vita. Primo un po’ di sano pragmatismo, in altre parole confrontiamoci con la realtà. Don Chisciotte è un personaggio inventato. Inoltre le abitudini acquisite sono come i diritti acquisiti: irrinunciabili. Siete una alternativa ma è più filosofica che pratica: provare a far passare un messaggio di “scelta” di andare in centro. Forse dovremmo prima pensare a infrastrutture di servizio a pedoni e visitatori.

Importantissimo: la repubblica italiana è fondata sul lavoro, non si può pensare di far perdere il lavoro a qualcuno o di dire come e quando lavorare ai negozianti del centro. Ad ognuno le proprie libertà di scelta e le ovvie conseguenze. Credo sia diritto di tutti dire corbellerie e fantasticare su tutto ma non per gestire un sistema complesso come una città. Al contrario serve un’analisi seria che porti a consapevolezza, identità e pianificazione e il mio amico non le ha considerate.

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Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Serve un leader con coraggio, abilità politica e un progetto.
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Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
«Caro Maurizio, ti posso dire una cosa? Chi studia la storia studia il presente».
Da una storia vera. Vedete voi se ascriverla ai viaggi nel tempo, alla trasposizione multidimensionale, al metaverso o chissà cos’altro. Non sottovaluterei l’intuito di Teresina…
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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