

VITERBO – Il Comune ha destinato 160 biglietti per il Trasporto della Macchina di Santa Rosa alle persone appartenenti alle categorie fragili. È una scelta giusta, perché consente anche a chi ha difficoltà motorie, problemi di salute o condizioni personali particolari di partecipare all’avvenimento più importante della città, senza essere lasciato ai margini di una festa che appartiene all’intera comunità. Proprio questa attenzione, però, apre una domanda che non può essere evitata: Viterbo si ricorda delle persone fragili soltanto quando passa la Macchina?
L’accessibilità non dovrebbe essere un’organizzazione straordinaria predisposta per una sera, dovrebbe rappresentare il criterio ordinario con cui si progettano strade, piazze, uffici, trasporti e servizi. Per capire quanto una città sia realmente inclusiva non serve leggere i programmi amministrativi, basta attraversarla con un bastone, spingere un passeggino, accompagnare una persona anziana o provare a muoversi su una sedia a rotelle.
Da quella prospettiva Viterbo cambia volto. Un marciapiede sconnesso non è più una piccola imperfezione, diventa un rischio; uno scivolo occupato da un’automobile non è soltanto una violazione del Codice della strada, interrompe un percorso e costringe qualcuno a tornare indietro; una pavimentazione irregolare, una pendenza eccessiva o la mancanza di una panchina possono trasformare poche centinaia di metri in un tragitto estenuante.
Nel centro storico le difficoltà sono certamente maggiori, perché occorre intervenire rispettando un patrimonio antico e delicato, ma la tutela della storia non può diventare una risposta automatica a ogni richiesta di accessibilità. Esistono soluzioni tecniche compatibili con i luoghi storici, percorsi selezionati, rampe ben inserite, segnalazioni chiare, servizi di accompagnamento, collegamenti dedicati e punti di sosta. Serve però una decisione politica, accompagnata dalla disponibilità a considerare la libertà di movimento importante quanto l’immagine della città.
Il problema non riguarda soltanto le persone con disabilità certificata. Viterbo, come tutta la Tuscia, vive un progressivo invecchiamento della popolazione; quindi, cresce il numero di cittadini che camminano più lentamente, si stancano, hanno bisogno di fermarsi o evitano alcuni luoghi perché temono di non riuscire ad affrontarne il percorso. A loro si aggiungono persone con limitazioni temporanee, famiglie con bambini piccoli e cittadini che, dopo un intervento o una malattia, scoprono improvvisamente quanto l’ambiente urbano possa essere ostile.
Quando una persona rinuncia a uscire perché il tragitto è troppo difficile, la città perde una parte della propria comunità. Non si riduce soltanto la possibilità di fare acquisti o utilizzare un servizio, si indeboliscono le relazioni, aumenta l’isolamento e cresce la dipendenza dai familiari. Un anziano che non può raggiungere autonomamente una farmacia, un ufficio o un luogo di incontro conserva formalmente tutti i propri diritti, ma non possiede gli strumenti materiali per esercitarli.
Per questo l’accessibilità non è una concessione riservata a una minoranza e neppure una voce secondaria delle politiche sociali, è una questione di libertà e di uguaglianza. Riguarda il diritto di partecipare alla vita cittadina senza dover chiedere continuamente aiuto, spiegare la propria condizione o affidarsi alla disponibilità di qualcun altro.
Viterbo dovrebbe dotarsi di una verifica pubblica e concreta dell’accessibilità, costruita insieme alle associazioni e soprattutto alle persone che incontrano quotidianamente gli ostacoli. Non basta censire le barriere architettoniche, occorre stabilire quali interventi realizzare, entro quali tempi, con quali risorse e sotto la responsabilità di chi. Bisogna individuare percorsi continui, perché una rampa isolata non serve se pochi metri dopo il marciapiede diventa impraticabile.
Servono inoltre controlli più rigorosi contro chi occupa scivoli e parcheggi riservati, un numero adeguato di panchine, bagni realmente accessibili, informazioni affidabili sui percorsi e collegamenti che consentano di raggiungere il centro senza trasformare ogni spostamento in un’incognita. Anche commercianti, gestori di locali e organizzatori di manifestazioni devono essere coinvolti, prevedendo incentivi per gli adeguamenti e obblighi quando gli interventi sono possibili.
I 160 posti riservati per Santa Rosa rappresentano un gesto apprezzabile, ma dovrebbero segnare l’inizio di un impegno più ampio. La fragilità non compare il 3 settembre e non scompare quando Dies Natalis ha concluso il suo percorso.
Una città non è inclusiva perché permette alle persone fragili di assistere alla propria festa più importante, lo è quando consente loro di vivere ogni giorno senza programmare ogni metro come un’impresa, senza sentirsi un peso e senza dover ringraziare per diritti che dovrebbero già appartenere a tutti.

















