
EDITORIALE – Ore 2.45 della notte di Natale. Prima di chiudermi dietro la mia giornata nel mondo sono uscito sul terrazzo, un vecchio mazzo di carte da gioco logore in tasca. Le ho strette forte, ho alzato la testa al cielo. Il cielo della notte di Natale. Sarà che ci immaginiamo tutto, che non esiste niente e tutto quello che volete. La vita finirà pure tutta a centri commerciali e Amazon ma mi sembra ci sia dell’altro.
Sono le carte con cui giocavo con mia nonna. Tanti pomeriggi ad aspettare la cena, sospesi nel tempo. L’inverno giocavamo tanto, in realtà l’estate pure. Quelle carte le ho portate sempre con me. Mi hanno seguito nei miei molti trasferimenti. Ho sempre avuto la fobia di perderle ma sono puntualmente riemerse dagli scatoloni più improbabili. Anche quelli fatti in fretta e furia, quando le cose si sono messe male e sono andato via alla rinfusa.
Ho stretto quelle carte e ho guardato il cielo. Verso nord. Mi oriento bene, specie nei posti che conosco. E’ un’attitudine tirata fuori da bambino, quando con mio nonno vagavamo per i monti in cerca di funghi. Un regalo, bello. Immenso. L’orsa maggiore in tutta la sua bellezza sopra i miei piccoli occhi. Le carte strette forte in mano e i Natali trascorsi nella mia mente. Non una riproduzione di immagini in sequenza ma un’essenza. Un’anima di quei Natali. Vivi, mai finiti, eterni dentro di me. Pronti a venire fuori anche se il tempo potrebbe raccontare di averli sepolti.
C’è un fiume di pensieri nella mia testa nella notte di Natale. Spero sia così nella testa di tutti, almeno di chi mi sta leggendo. Perché ci sta il cloroformio dell’acquisto compulsivo, la scalata sociale, la voglia di sentirsi fighi. Ma è chiaro che tutto il vero è da un’altra parte, lo trovi percorrendo direzioni strane. Sta dentro te, da sempre e per sempre. Un fiumi di pensieri placido, che sussurra e racconta. Mi racconta, nel senso che racconta a me e di me.
Riteniamo di vivere tempi complicati, con vita complicate. Sperimentiamo il potere, subendolo o esercitandolo. Ci logoriamo nell’uno e nell’altro esperimento. Pensiamo poco, sempre meno. Tanto è pensiero condizionato, schiuso in tempi rapidi; scegliendo tra opzioni poste da altri. Tutto questo nella notte di Natale va in crisi. Perché ho un tasca un vecchio mazzo di carte da gioco, perché in cielo brilla la stella polare. L’orsa maggiore vi rendete conto? Capiamo davvero quanto è magnifica?
La notte di Natale i pensieri vagano, questo Charles Dickens l’aveva sentito, nel senso di capito in profondità, bene. Tutto è lì, chiaro. C’è una circolazione di cose miste, qualcosa di vero cammina. Il punto di tutto, il big bang della notte di Natale è in una capanna. Dentro un uomo grande, una giovane donna, un bambino. La tradizione ci ha messo anche un asinello e un bue. Questa immagine che sembra la rappresentazione pittorica di una storiella cambia tante cose. Può cambiare infinite cose dentro ognuno di noi. E forse ne abbiamo veramente bisogno, più oggi che ieri.
Quell’immagine è generatrice di un mondo nuovo, perché può attivarlo dentro noi. Una notte che costruisce futuro, resuscitando il passato. L’ho avuta chiara questa informazione quando ho messo, a mezzanotte, la statuina del bambino dentro la capanna nel mio presepe. Quest’anno l’ho fatto con mia figlia e mentre lo facevo vedevo la catena del tempo e la speranza che ci scorre dentro. Sia chiaro, tutto può finire. Possiamo cassare tutto, abbiamo il potere di farlo. Possiamo non leggerla più quell’icona, possiamo scegliere di non attivarla, di non attualizzarla ogni anno.
Sia chiaro, il Gesù storico non è nato la notte del 25 dicembre. Tutto è convenzione e non è certo neppure che ci siano stati un bue e un asino. Ma cosa importa? La notte di Natale è un mazzo di carte che stringi e che ti fa viaggiare nel passato. Sono gli occhi di una bambina che ti fanno vedere il futuro. E’ la possibilità che puoi darti di cambiare ogni cosa. Mi è venuta in mente Hannah Arendt, un’ebrea che a quel bambino non può credere come figlio di Dio. Mi viene in mente però perché ha scritto ‘Vita Activa’. Il senso è che tutto si rinnova e che ogni giorno può essere quello buono per cambiare tutto. Questo gli ebrei l’hanno visto nella loro Pasqua di fuga dall’Egitto. L’hanno visto quando i russi sono arrivati ad Auschwitz.
L’augurio che facciamo a tutti i lettori de La Fune è di trovare sempre il coraggio di cambiare le cose. E’ questa una magia che possiamo regalarci, capendo tanto nel suo esercizio. Buone feste.


















