
VITERBO – Non è più soltanto una suggestione da raccontare la sera davanti al caminetto o una curiosità da postare sui social network con la foto mossa scattata davanti ai fari dell’auto. L’ombra del lupo, silenziosa e sfuggente, ha smesso di abitare solo i libri di biologia o le cartine dell’ISPRA per farsi carne, zanne e cronaca. E dopo il drammatico episodio avvenuto nel Grossetano, dove un’allevatrice è stata aggredita e ferita a un passo dalla sua stalla, la paura ha iniziato a serpeggiare con forza anche tra i boschi, le campagne e le periferie del Viterbese.
La cronaca recente ci ricorda che la Maremma e la Tuscia sono divise da un confine geografico che per la fauna selvatica non esiste. I lupi camminano, esplorano, si spostano seguendo i corsi d’acqua, i crinali e i vasti boschi che collegano la Toscana al nostro territorio.
E nel Viterbese i segnali della loro presenza sono ormai quotidiani. Gli avvistamenti si moltiplicano lungo la strada Tuscanese, nei sentirti fitti attorno a San Martino, nella storica e verde cornice di Montefogliano e lungo l’arteria che collega Vetralla a Tuscania. Non si parla più di leggende o di qualche cane randagio un po’ troppo cresciuto: gli automobilisti li incrociano al piccolo trotto ai margini della carreggiata, mentre i residenti delle case isolate iniziano a fare i conti con un’inquietudine palpabile.
Negli ultimi anni ci siamo abituati a sentirci dire che il ritorno del lupo, passato dai nuclei ridotti degli anni ‘ settanta alle migliaia di esemplari odierni a livello nazionale, è una vittoria della natura, un riequilibrio ecologico favorito dall’abbondanza di prede come cinghiali e caprioli e dall’abbandono delle terre agricole.
Ma la teoria ecologica si scontra inevitabilmente con la realtà di chi la campagna la vive ogni giorno. Gli allevatori del territorio guardano ai loro recinti con un groppo in gola sempre più grande. E la gente comune, soprattutto chi abita nelle case di campagna o ama passeggiare nei boschi della provincia, comincia a guardarsi le spalle con circospezione. L’indole schiva dell’animale viene data per scontata fino a quando non accade l’irreparabile, come dimostrano i fatti di cronaca nera che arrivano dalle vicine terre maremmane.
Oggi nella Tuscia non serve l’allarmismo cieco, ma di certo non si può nemmeno far finta di niente. La crescita costante degli esemplari e l’avvicinamento progressivo dei predatori ai centri abitati e alle zone rurali impongono un cambio di passo nella gestione del territorio.
Non lasciare fonti di cibo incustodite vicino alle case, proteggere gli allevamenti con sistemi adeguati e, soprattutto, pretendere dalle istituzioni una governance chiara e non ideologica del fenomeno sono ormai necessità improrogabili. Perché tra la tutela della biodiversità e la sicurezza di chi vive e lavora nelle nostre campagne, il confine non deve mai diventare un azzardo sulla pelle dei cittadini.



















