Da Ushuaia all'emigrazione italiana, oltre 30 milioni di legami
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La strada che ho di fronte non è una strada qualunque: è la Ruta Nacional 3.

BUENOS AIRES – Ushuaia, Terra del Fuoco. Mi trovo qui, al confine del mondo, pronto a partire con il mio fedele Vespone. La strada che ho di fronte non è una strada qualunque: è la Ruta Nacional 3. Parte letteralmente da qui, dalla punta estrema dell’Argentina, e taglia il Paese verso nord per oltre 3.000 chilometri. È il tratto finale della vasta Panamericana, quella rete stradale che unisce idealmente l’Alaska all’America meridionale.

Mentre preparo i bagagli, penso alle distanze. Immaginate: 3.000 chilometri sono la stessa distanza che c’è tra Palermo e Oslo, nel regno dei fiordi norvegesi. Un’enormità. E il mio viaggio in Vespa non sarà una passeggiata. La strada non è tutta asfaltata; ci sono lunghi pezzi in terra battuta e i forti venti laterali rallentano notevolmente la marcia. Credo che ci metterò mesi, non giorni, prendendomela comoda.

Le radici di un continente lontano

Ma questo viaggio fisico è solo una parte della storia. L’altra è una storia di famiglia, di sacrifici, e di un’Argentina che, seppur lontana geograficamente, è incredibilmente vicina nei racconti di mia mamma Pina. Mia nonna Ernesta, mia mamma Pina e sua sorella Delina raggiunsero mio nonno Vittorio nel 1949, dopo un mese intero di nave salpata da Genova.

Mio nonno era già lì dall’anno prima. Arrivarono in un periodo cruciale. Negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, l’Argentina fu la principale destinazione dell’emigrazione italiana transoceanica. Ricordo i numeri che mi sono stati tramandati: circa 88.000 persone arrivarono nel 1948, seguite da ben 98.000 nel 1949. Un flusso enorme, favorito dal primo accordo migratorio tra Italia e Argentina firmato nel 1947, che offriva condizioni agevolate per i lavoratori e le loro famiglie. In totale, nel decennio successivo al 1945, circa mezzo milione di italiani si stabilirono in questo Paese sudamericano.

Un sogno inatteso

Il loro viaggio in nave da Genova durò un mese, pieno di aspettative di lavoro e di una vita migliore. Purtroppo, la realtà fu diversa dalle speranze. Le aspettative rimasero inattese e, dopo soli cinque anni, fecero ritorno in Italia, lasciando lì, in quella terra vasta e complessa, solo un cugino: Roberto.

Quella separazione durò decenni. Fino a qualche anno fa, quando mia zia Delina, in viaggio con suo figlio Claudio, ha finalmente potuto riabbracciare quel cugino Roberto dopo ben 70 anni. Un momento incredibile, che chiude un cerchio lungo una vita intera. Oggi, un volo giornaliero da Roma ti porta a Buenos Aires in 14 ore. Incredibile se si pensa a quel mese di navigazione.

La mia meta e l’impronta Italiana

La mia meta finale è Buenos Aires, una città autonoma che conta circa 3,1 milioni di abitanti (dati 2022). Ma la sua area metropolitana, il Gran Buenos Aires, è una delle più grandi del Sud America, raggiungendo quasi 15 milioni di abitanti.  In questa metropoli e in tutto il Paese, l’italianità è ovunque. Attualmente, si stima che gli argentini con doppia nazionalità siano circa 1,3 milioni. Ma il dato che mi colpisce di più è che gli italo-discendenti totali—persone con almeno un avo italiano—ammontano a circa 30 milioni di persone! Pensa, adesso in Italia non arriviamo a 60 milioni: un numero incredibile che dimostra quanti siamo sparsi nel mondo.

Questo viaggio virtuale, che ora sto per intraprendere fisicamente in Vespa, mi fa riflettere su come la storia di mio nonno Vittorio, che lavorava qui nella Terra del Fuoco con centinaia di altri italiani, sia solo una delle infinite tessere di un mosaico che unisce due continenti in modo indissolubile.

©MaurizioDiGiovancarloTusciaFotografia

 

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“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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