

EDITORIALE – Marsiglia, non più di un anno fa. Quartiere Joliette. Mi trovo davanti a una macchinetta per acquistare i biglietti della metropolitana. La macchinetta parla, in francese. Non capisco molto. Cerco di aiutarmi con le immagini mentre butto l’occhio al dedalo dei percorsi possibili. Devo raggiungere Porto Vecchio ma voglio farlo da La Canebière, la strada più famosa di Marsiglia.
“Serve una mano?”. “Aspetta un attimo, mi dico. Ha parlato in italiano o ormai capisco così bene il francese?”. Guardo ed è un signore. Mi sorride e ripete: “Serve una mano?”. “Ah è italiano anche lei”. “Sì”, sorride. Mi aiuta a fare i biglietti. Approfitto per chiedere alcune informazioni. Ci entro in confidenza e facciamo un tratto del viaggio in metro insieme.
Originario di Milano, vive a Marsiglia da anni. Mi chiede di dove sono. Rispondo, immaginando di dovergli spiegare che la mia città sta vicino Roma, dicendo “Viterbo”. “Oh magnifica, piena di antiquari”.
Scavo nella memoria e ricordo la Fiera dell’Antiquariato che facevano a Palazzo Papale. Rispondo “eh sì, anche se non c’è rimasto più molto”. Così è lui, a Marsiglia, a raccontarmi della mia città quando era la Viterbo dell’antiquariato. Arrivo a La Canabiere e mi dice che sono arrivato. Lui sta andando al quartiere arabo a bere un té alla menta. “Salutami Viterbo”.
Quella della meta antiquaria deve essere stata una gran bella pagina della storia di questo nostro capoluogo di provincia, così ripiegato su se stesso negli ultimi cinquanta anni. Poter dare la notizia che un nuovo negozio di antiquariato apre a Viterbo, sul Corso, il primo settembre di questo 2026 è una cosa che va sottolineata. L’augurio è che altri dieci, venti imprenditori e appassionati possano replicare l’azione.
Perché la storia di una città non è fatta solo dai monumenti di pietra che resistono ai secoli, ma dalle anime e dalle attività che riempiono quelle pietre di vita vera. Per decenni Viterbo ha vissuto di luce propria lungo le vie del collezionismo, dell’arte, del pezzo unico recuperato nelle soffitte del tempo per finire nelle case di mezza Italia. Era la città in cui si venivano a cercare le cose belle, quelle che avevano una storia da raccontare. Poi, gradualmente, la serranda della memoria si è abbassata, soffocata dal grigiore del disincanto, dalla solita litania del “tanto qui non si fa mai niente” e dalla pigrizia di un capoluogo che troppo spesso preferisce specchiarsi nel passato piuttosto che inventarsi un futuro.
Ecco perché l’insegna che si accende in Corso Italia — proprio lungo la vasca, il cuore pulsante e ferito del nostro centro storico — non è semplicemente l’apertura di una partita IVA in più. È una piccola, meravigliosa e ostinata dichiarazione di resistenza culturale ed economica. Restituire all’antiquariato uno spazio d’onore nel salotto buono della città significa riannodare i fili con quel “C’est la vie” che persino un milanese a Marsiglia ricordava con un pizzico di nostalgia.
Significa credere che la bellezza non sia un retaggio polveroso da conservare in vetrina, ma una risorsa viva, capace di attrarre, di incuriosire, di far passeggiare la gente a testa alta lungo le nostre vie.
Chi oggi alza quella saracinesca compie un gesto quasi eroico, di quelli che meriterebbero un applauso corale invece della solita distratta indifferenza. Se Viterbo vuole tornare a essere quel polo d’attrazione che è stata, deve ripartire da qui: dall’orgoglio delle proprie vocazioni storiche, dal coraggio di chi rischia in proprio, dalla capacità di fare rete attorno alle cose buone.
L’augurio per questo primo settembre non è soltanto che gli affari vadano a gonfie vele, ma che questo segnale metta in moto una reazione a catena. Che sia il primo mattoncino di un nuovo rinascimento del commercio di qualità nel nostro centro storico. Ne abbiamo maledettamente bisogno. Per noi che ci viviamo, e per quel signore incontrato a Marsiglia, affinché quando sentirà nominare di nuovo Viterbo possa dire: “Ah sì, la città dove l’antiquariato è tornato a far sognare”.

















