

VITERBO – Abbiamo voluto accendere le luci su cosa e come sia la cultura a Viterbo. Un festival non fa cultura, una rassegna neppure e neanche una mostra. E’ l’insieme, è il senso di dove si sta portando la città a contare. E come giornale abbiamo messo sul tavolo la domanda: Viterbo vuole essere una città o un paese?
Se in questi ultimi giorni abbiamo avuto i nostri guai a gestire le telefonate, a seguito degli articoli sul manager culturale, dopo questa domanda sul “bivio” viterbese siamo al collasso. Scriveteci all’indirizzo email (lafune.giornale.viterbo@gmail.com) perché non possiamo passare le giornate al telefono. Ci ha scritto l’assessore alla Cultura Alfonso Antoniozzi. Lo ringraziamo e riportiamo integralmente il suo intervento, la sua risposta alla domanda che abbiamo posto.
“Ho letto con attenzione l’articolo de La Fune (leggi qui) e condivido fino in fondo l’urgenza della domanda. Non si tratta di scegliere un’etichetta, ma di interrogarsi su quale cultura urbana vogliamo costruire, se davvero vogliamo farlo, e soprattutto se siamo pronti a riconoscere che la questione dell’identità non è né astratta né superata, ma riguarda ogni scelta quotidiana, ogni progetto sostenuto o lasciato cadere.
Questa città è cresciuta, da sempre e come ogni città, su una base di paese: questa è una radice forte, solida, profonda, significativa, identitaria che affonda nella cultura della prossimità, dei volti noti, dei racconti che si tramandano a voce bassa e che costruiscono comunità senza bisogno di palchi.
Ma attenzione a non scambiare le radici per l’albero: non possiamo ridurci a difendere ciò che è stato senza chiederci come e dove vogliamo crescere, perché una città che resta ferma nel ricordo di sé è una città che rischia di diventare decorativa e la cultura, per quanto a volte possa anche profumare, non è mai un mazzo di fiori.
Da quando si è insediata questa amministrazione, prima ancora di “decidere la direzione culturale”, era imperativo rimettere in piedi l’albero, diramare il tronco, riaprire il respiro: prima di progettare era necessario ricostruire, senza proclami. E questo, senza proclami, è ciò che abbiamo fatto.
Abbiamo restituito al Ridotto del Teatro una funzione espositiva viva. Abbiamo riaperto stanze inutilizzate, allestito palchi, portato dentro voci che non erano mai state ascoltate o che da troppo tempo erano rimaste fuori. Le mostre non sono state esercizi di prestigio, ma strumenti di racconto.
Il teatro non è stato solo programmazione, ma occasione di accesso. La musica non è rimasta confinata, ma ha trovato nuove sedi e nuovi strumenti e ha intrapreso la strada per accogliere una sede distaccata di Conservatorio. Le scuole, l’ Università, l’Accademia di Belle Arti, i musei, le istituzioni culturali sovraordinate non sono stati considerati spettatori, ma partner. Stiamo per restituire al Museo Rossi Danielli un direttore. Stiamo acquisendo in nuvola di punti il nostro patrimonio storico immobile. E i linguaggi (tutti, anche quelli non ancora ufficiali) sono stati messi alla prova.
Nel frattempo, attendiamo che tornino disponibili anche gli spazi storici della cultura cittadina come gli Almadiani, Sant’Orsola, la Zaffera, il Lazzaretto, Sallupara, ora in restauro, e li accoglieremo non come reliquie ma come nervature di un sistema. Non si tratta di collezionare contenitori ma di capire che uso dare alla forma della cultura: rimettere mano alle strutture non significa meramente “riqualificare” in senso edilizio, ma reinserire quei luoghi in una grammatica culturale come spazi funzionanti, pensati, attraversabili, leggibili, abitabili, utili.
A teatro abbiamo introdotto il biglietto sospeso, i carnet personalizzati, gli abbonamenti universitari. Abbiamo sostenuto i festival, le pro loco, le rassegne estive, le produzioni. Abbiamo reinserito nel sistema il meccanismo delle convenzioni, che consente ai convenzionati una programmazione triennale. Abbiamo fatto entrare la cultura anche dove sembrava impossibile: nell’educazione emotiva, nei libri da colorare, nei racconti dei nonni raccolti dai nipoti, nei libri letti coi bambini in piazza. Abbiamo chiamato le associazioni culturali alla tessitura di un lavoro lungo e silenzioso, senza frasi fatte e senza platee obbligate.
Tutto questo non è la risposta alla domanda posta dal direttore de La Fune, è la condizione perché la domanda si possa finalmente porre. Siamo città? Vogliamo esserlo? Possiamo esserlo? Se oggi possiamo parlare della direzione da prendere, è solo perché esiste di nuovo una struttura su cui orientarsi, abbiamo un tessuto, un tronco, dei rami che si stanno formando. Le radici sono importanti, ma se restiamo a contemplarle senza mai sollevare lo sguardo finiremo per chiamare “identità” ciò che è solo nostalgia.
Ora possiamo, finalmente, progettare. E non lo dico in astratto: come tutti sanno stiamo lavorando al dossier per la candidatura di Viterbo a Capitale Europea della Cultura e quel dossier non è un esercizio retorico ma una domanda che rivolgiamo prima di tutto a noi stessi: abbiamo una direzione? Sappiamo raccontarla? Siamo disposti a sostenerla nel tempo, anche quando nessuno ci applaude?
Se la risposta è sì allora, forse, radicati dove siamo ma rivolti a ciò che ancora non siamo, possiamo finalmente diventare città. Non per titolo, ma per responsabilità”.

















