

SPECIALE – Posate per un attimo quegli aggeggi elettronici che vi illuminano la faccia di una luce da retrobottega. Dobbiamo parlare di cose serie. Dobbiamo parlare della terra che calpestate senza guardare, e di un buco nero che sta sulla destra quando scendete per Strada Signorino. La chiamano la Grotta del Cataletto.
Oggi ci trovate un muro di blocchetti di tufo, tirato su dal Comune negli anni Cinquanta perché la gente ci buttava dentro i rifiuti, confondendo la storia con l’immondezzaio. Ma dietro quel muro c’è un’oscurità che ha i polmoni grandi e respira da millenni. Se andate a passeggiare lungo Strada Signorino, vi accorgerete che non è una strada come le altre. È una via cava, una “tagliata” etrusca. Significa che gli antichi hanno scavato il tufo a colpi di braccia e piccone, tirando su due pareti verticali che in certi punti superano i dieci metri. Lì dentro il sole fatica a entrare, le fronde degli alberi si toccano in alto come le navate di una cattedrale contadina e il silenzio è così pesante che si può tagliare con la roncola.
Il mito del baldacchino d’oro e i guardiani dell’ombra
I vecchi di Viterbo, quelli che avevano le mani grosse per il lavoro nei campi e la testa dura come il peperino, raccontavano la storia con una serietà che non ammetteva repliche. Dicevano che quella grotta non finisce dove arriva la luce della torcia. È un cunicolo immenso, un budello buio che scava le viscere della Tuscia per chilometri, arrivando fino alle sorgenti fumanti del Bullicame, dritto sotto la cucina del Casale del Boia, dove c’era una botola che nessuno osava aprire per paura che ne uscissero i diavoli. E cosa c’è nascosto là sotto, nel fondo del sacco?
Un baldacchino etrusco, dicono. Ma non uno di quelli di stoffa buona che si usano per le processioni del Corpus Domini. Un baldacchino interamente rivestito d’oro massiccio, lucido e pesante, lasciato lì dagli antichi Lucumoni – i loro grandi sacerdoti – prima che la storia voltasse pagina. Ora, voi capite che l’oro fa gola. E se fosse stato incustodito, qualche furbone con la vanga ci si sarebbe fiondato secoli fa. Ma il mito ha messo a guardia del tesoro dei guardiani che non prendono mance. Spiriti demoniaci, ombre senza pace di sacerdoti etruschi che, nelle notti di luna storta, escono dalla roccia in processione, portando quel cataletto d’oro a spalle, invisibili ma pesanti come il peccato.
La scommessa del canonico
Negli anni Cinquanta, un canonico della cattedrale, un uomo di chiesa che si chiamava Giacomo Bevilacqua, decise che le storie dei vecchi erano solo fumo da focolare. Prese un gruppo di seminaristi, accese le torce e si infilò nella Grotta del Cataletto. Voleva vedere dove finiva il mistero. Camminarono per otto ore. Otto ore di buio pesto, di aria fredda che puzzava di zolfo e di fango. Lo storico Mario Signorelli scrisse che quando il canonico e i ragazzi uscirono finalmente all’aperto, sbucando proprio davanti alla casa del boia al Bullicame, erano stravolti. Il canonico raccontò di essere stato aggredito da “presenze”, da un terrore così fitto che toglieva il fiato.
Qualche tempo dopo, il Signorelli gli propose di tornare dentro per fare una mappatura seria. Il canonico, che pure era un uomo di fede e non temeva il demonio sul pulpito, diventò bianco come un cencio lavato con la liscivia. “Lassù no”, disse. E non ci tornò mai più. Morì pochi mesi dopo, portandosi il segreto dietro gli occhi.
Perché parlarne oggi?
Oggi abbiamo le mappe satellitari, sappiamo quanti metri quadri misura la città e se c’è un tesoro pensiamo che basti un metal detector acquistato su internet. Ma la Grotta del Cataletto dice un’altra cosa. Dice che sotto l’asfalto delle nostre strade c’è una terra che ha sofferto, che ha sognato e che ha nascosto i suoi segreti per non farsi calpestare dall’arroganza dei tempi moderni. Quel muro di blocchetti di tufo non chiude solo un buco nella roccia. Custodisce la fantasia, la paura sacra e il rispetto per chi è venuto prima di noi. Quando passate lungo Strada Signorino, rallentate il passo. Guardate la parete di tufo e ascoltate. Perché finché qualcuno racconterà del baldacchino d’oro e dei sacerdoti fantasma, Viterbo non sarà solo un insieme di case, ma una storia viva che continua a respirare nel buio.
















