
VITERBO — C’è mancato poco. Un soffio, una manciata di secondi o il passo sfortunato di un passante in un orario in cui il centro storico, fortunatamente, cominciava a svuotarsi. Domenica sera, poco prima delle 23, la storia di Viterbo ha fatto un tonfo sordo sull’asfalto di Porta della Verità. Uno scudo in pietra, un pezzo di secoli che resiste e racconta la città, si è staccato dalla sommità ed è andato completamente in frantumi.
Tragedia sfiorata, sì. Di quelle che si raccontano con il brivido lungo la schiena. Sul posto, inevitabile e tempestiva, la sirena dei vigili del fuoco e gli agenti della polizia locale a tirare quel nastro bianco e rosso che ormai conosciamo fin troppo bene. Area chiusa, transito interdetto, pedoni e auto bloccati. La routine dell’emergenza che si accende all’improvviso, mentre la città sonnecchia.
Ma ripulire le macerie di quel crollo significa aprire un dossier che profuma di incuria, di manutenzione che arranca e di campanelli d’allarme che suonano troppo tardi. Secondo una prima e amara ricostruzione, a cedere schiantandosi a terra è stato lo stemma del governatore Giacomo Oddi, incastonato nella parte alta destra del monumento.
Il dettaglio che fa infuriare, o quantomeno riflettere, è un altro: quello scudo era avvolto da una rete di protezione. Evidentemente non è bastata a trattenerlo. Le prime indiscrezioni parlano di un gancio posteriore arrugginito, ceduto di schianto, incapace di reggere il peso degli anni. Saranno i tecnici a dire l’ultima parola, a stabilire se si tratti di fatalità o della cruda sintesi di un’attenzione che latita.
Porta della Verità non è un arco qualunque. È uno degli ingressi nobili e vissuti del nostro cuore antico, un libro di pietra aperto sulla storia viterbese. Lì sopra c’è il grande stemma degli Orsini, voluto per papa Benedetto XIII, le scritte “Faul”, l’epigrafe del 1728 che ricorda i restauri del Comune, e poi loro, i piccoli stemmi laterali: quello del vescovo Adriano Sermattei e quello del povero governatore Oddi, ora ridotto in polvere e cocci raccolti dai caschi rossi.
Ora restano le verifiche, i controlli sugli altri elementi lapidei, la paura passata e la rabbia che resta. Perché Viterbo continua a fare i conti con un patrimonio immenso che cade a pezzi, letteralmente. Le pietre raccontano chi siamo, ma se iniziano a cascare sulla testa della gente, il racconto si fa pericoloso.
I vigili del fuoco hanno messo in sicurezza l’area. Adesso tocca alla politica e a chi amministra dimostrare di avere a cuore quel passato che, ogni tanto, decide di franare all’improvviso sulla città.

















