Crescita, di che cultura abbiamo davvero bisogno?
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Dobbiamo liberarci del giogo di certo becero provincialismo d’antan, quello che esprime gelosie, ignoranza, deliri di onnipotenza, perfino ostruzionismo. 

IL PUNTO DI VISTA – Occorre essere grati a Giulio Della Rocca (leggi qui) perché continua a tirare i sassi nello stagno affinché si increspino le onde e si arricchisca la vita nelle acque, tenendole continuamente in fermento. Ciò premesso, parliamo ancora di cultura.

Che cosa è la cultura? E’ un insieme di modelli di credenze, modi di vedere, comportamenti, principi, valori, regole, abitudini, stili di vita che caratterizzano una collettività, una società. Questa, la definizione in termini sostanzialmente antropologici. Ma all’interno di questo grosso contenitore possiamo anche individuare e isolare la cultura come prodotto creativo e artistico, nel senso corrente che se ne da facendo riferimento al pensiero filosofico, al sapere scientifico, alle espressioni letteraria, figurativa, teatrale, musicale, audiovisiva nelle loro varie forme, alla storia, a certa produttività artigianale di qualità e perfino alla dimensione enogastronomica.

In tal caso, fare cultura significa comunicare, scambiare nozioni, significati, emozioni, sensazioni, immaginazioni, ricordi e intenzioni. Subito dopo si pone la domanda: a che serve la cultura, in questa veste? Serve a esprimere l’intelligenza creativa della persona umana; serve ad apprendere e ad arricchire la conoscenza; serve al sapere individuale e collettivo; serve a riconoscersi in un contesto identitario (e qui ritorneremmo al suo significato antropologico).

Da qualche tempo tuttavia la cultura serve anche ad altro. Con lo sviluppo trasversale della conoscenza, con l’aumento del tempo libero, forse anche con lo sviluppo dei processi stessi di comunicazione mediatica, si è delineata una vera e propria “domanda” di cultura; quando si entra nel gioco della “domanda” e della sua soddisfazione, si finisce anche in una logica economica, in una logica del “prezzo”. Insomma, si entra nel complesso e fascinoso mondo della “economia della cultura”.

Se ne è parlato in questi giorni anche a Viterbo. Allora, intorno alla cultura si muovono strategie di natura pragmatica che la fanno diventare una ”risorsa”. Ecco quindi l’altro servizio offerto – oggi, cento anni fa non era così – dalla cultura: lo sviluppo economico, cioé la cultura come volano di crescita economica. Concetto che presso le “anime belle” del classicismo suonerebbe come una nota stonata e una contraddizione in termini, ma che da quarant’anni a questa parte è invece un campo d’azione tra i più privilegiati (vi ricordate i “giacimenti culturali”, beati chi ce li ha?). Matera non ha “svoltato” sul mercato turistico, quindi economico, accogliendo industrie, come si pensava fino agli anni Settanta del ‘900, ma battendosi per diventare “Capitale europea della cultura”.

Questa lunga premessa serve a chiarire un punto. Ben venga una bulimia di iniziative culturali a Viterbo. Da quelle più popolari, di quartiere, che rafforzano la coesione sociale, agli street food che fanno sempre appetito curioso, dalle rievocazioni storiche a suon di tamburi agli artisti di strada quali che siano, per giungere agli addobbi floreali di S. Pellegrino in Fiore ai cicli di conferenze dotte o modaiole, alle stagioni teatrali estive e invernali nelle splendide cornici che possiede Viterbo, agli eventi musicali pop o rock: tanta roba, che – ha ragione Della Rocca – ci vorrebbe un calendario ufficiale appeso lungo tutte le vie della Città.

Queste manifestazioni muovono la vita quotidiana dei cittadini, dandole effervescenza culturale e senso di partecipazione sociale; muovono anche il turismo, certo, quindi la visita di forestieri curiosi, altrimenti annoiati, oppure vecchi estimatori della Città o delle forme culturali che si offrono alla loro attenzione. Ma per lo più muovono un turismo giornaliero, mordi e fuggi (una volta si diceva fagottaro), per lo più provinciale, regionale o finitimo (mi ha fatto piacere incontrare visitatori di Latina e di Orvieto al villaggio natalizio di S. Pellegrino), che investe su un caffè al bar, un salto in trattoria e l’acquisto di una calamita ricordo.

Tutto ciò accade ovunque, in Italia; nelle città, nei paesi e perfino nei paesini, magari quelli che godono pure di una bella vista marina, lacustre o di montagna. Siamo nel novero, certo, ma siano anche nel mucchio. E allora, accanto a questa effervescenza quali-quantitativa, occorrono anche i colpi di genio, la comunicazione strategica, la narrazione speciale e irripetibile, il brand distintivo che si affibbia solo a te e che colpisce nel segno dell’immaginario collettivo e del bisogno dii cultura di un mercato trasversale nazionale e internazionale.

Funziona un po’ così il Trasporto della Macchina di S.Rosa che, almeno in questi ultimi anni, si è ritagliato uno spazio tutto suo nell’attenzione del turismo nazionale (anche se dei Ceri di Gubbio se ne parla di più, almeno su Wikipedia…). Certo, non siamo ai livelli del Palio di Siena, dove sono riusciti a far diventare tre giri di una corsa di cavalli in tondo un evento che ne parlano pure in Australia. Ma comunque la strada intrapresa sembra quella giusta.

Ma ai massimi livelli occorre far funzionare anche un evento non solo spettacolare, o non necessariamente spettacolare, ma di alto profilo culturale, tal che sia l’intellighenzia ad essere stimolata; perché se dell’evento se ne parla nei salotti buoni della cultura, tutti si sentono obbligati a manifestare, o simulare, attenzione a quell’evento.

Fatto sta che i principali media nazionali, da Il Corriere della Sera a Repubblica, da Raiuno a Canale 5, per non parlare dei social e dei salotti buoni, conoscono perfettamente e citano regolarmente Festivaletteratura di Mantova, Lucca Comics& Game, Capalbio Libri, Pordenone legge,ecc.

Senza contare che Viterbo, come capoluogo della Tuscia, cioè del territorio dove è nata la civiltà urbana etrusca (da Tarquinia a Vulci), dovrebbe “spaccare” sugli Etruschi molto più di qualsivoglia città toscana. Eventi di caratura nazionale richiamano un pubblico vasto, che non verrebbe a Viterbo solo da mane a sera, ma sarebbe invogliato, o costretto, a fermarsi almeno una notte in Città; anzi, con una opportuna narrazione sarebbe convinto a farsi qualche giorno di terme, a visitare una cinta di mura duecentesche lunga quasi 5km come NON ce ne sono altrove, a farsi un giro nelle ville storiche dei dintorni e magari assaggiare e riassaggiare qualche piatto nostrano. Allora sì che si metterebbe in moto un circolo virtuoso che farebbe muovere Viterbo, attraverso i passaggi obbligati della cultura, di qui del turismo e di qui dell’economia.

Difficoltà? Certo, perfino qualcuna in più che altrove, vista la vicinanza talvolta benedetta, più spesso soffocante e pigliatutto di Roma. E poi, la difficoltà a liberarsi del giogo di certo becero provincialismo d’antan, quello che esprime gelosie, ignoranza, deliri di onnipotenza, perfino ostruzionismo.  Niente che, con la buona volontà e un po’ di tigna, non si possa risolvere, beninteso.

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Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Sì, l’Uomo è incontentabile; è il suo difetto, ma anche il suo pregio, la molla che lo spinge a migliorare, a crescere, ad esplorare nuove vie, insomma a costruire la propria vita… E c’è chi bonariamente prova ad esaudire i suoi desideri. Ma che succede se la corda viene tirata troppo e il meccanismo si inceppa? E poi, possibile che nessuno si accontenti veramente? Anche ad un Creatore alla fine salta la pazienza…
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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