
FRANCESCO800 – Nel 2026 ricorrono gli ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi. Non è solo una ricorrenza religiosa. Può diventare, soprattutto per un territorio come la Tuscia, un’occasione culturale, civile ed economica. Perché Francesco non è soltanto il santo degli uccelli e del Cantico, ma un uomo inquieto che ha parlato di povertà, pace, fraternità, conflitto, riforma. Temi che attraversano anche la storia e le ferite del nostro territorio.
Viterbo è una città che parla la lingua del Medioevo: il quartiere San Pellegrino, il Palazzo dei Papi, le chiese romaniche. È lo stesso mondo in cui Francesco ha vissuto. L’ottocentenario potrebbe diventare l’occasione per raccontare quel Medioevo non come cartolina turistica ma come epoca di trasformazioni, tensioni sociali, nascita dei Comuni, conflitti tra poteri. Si potrebbe immaginare un grande ciclo di incontri pubblici – non solo ecclesiali – su “Francesco e la città”, coinvolgendo storici, teologi, economisti, associazioni culturali locali. Un modo per collegare il messaggio francescano ai temi attuali: crisi del centro storico, desertificazione commerciale, povertà emergenti, fragilità ambientale.
La Tuscia è attraversata dalla Via Francigena e da numerosi percorsi naturalistici. Perché non strutturare un “Cammino francescano della Tuscia” che colleghi Viterbo, Bolsena, Montefiascone, Civita Castellana, Tuscania? Non solo pellegrinaggio religioso ma esperienza culturale e ambientale: tappe con letture delle fonti più antiche su Francesco – quelle che mostrano anche le sue contraddizioni – laboratori per scuole e giovani, momenti di dialogo interreligioso e sociale. Un cammino così potrebbe unire spiritualità e turismo sostenibile, rilanciando l’immagine del territorio con un marchio forte e coerente, in linea con quella riflessione che spesso emerge anche
nel dibattito sul “marchio Tuscia”.
La Tuscia vive problemi concreti: dissesto idrogeologico, fragilità della rete idrica, consumo di suolo. Francesco non era un ecologista nel senso moderno, ma aveva una visione teologica della relazione con il creato. Si potrebbero organizzare: una “Settimana del Cantico” con iniziative ambientali concrete (pulizia dei sentieri, riforestazione, tutela delle sorgenti); un forum su acqua e bene comune, tema molto sentito tra Viterbo e Orte; percorsi educativi nelle scuole sulla custodia del territorio.
Non celebrazioni simboliche ma impegni verificabili, con enti locali, università, associazioni agricole. Il Francesco che emerge dalle fonti più antiche è un uomo che ha attraversato la povertà reale, non idealizzata. L’ottocentenario potrebbe diventare occasione per un censimento delle nuove povertà nella Tuscia: giovani precari, anziani soli, famiglie schiacciate dal costo della vita.
Immaginare una “Carta di Viterbo 2026” sulla fraternità sociale, firmata da istituzioni, Caritas, associazioni laiche, sindacati, imprese. Non un documento retorico ma un impegno su lavoro dignitoso, inclusione, contrasto all’emarginazione. Sarebbe importante evitare il Francesco da santino. Si potrebbe organizzare una grande mostra documentaria sulle biografie francescane, spiegando anche la vicenda della distruzione delle fonti precedenti alla Legenda maior. Raccontare che la santità non è perfezione senza conflitti, ma cammino dentro le contraddizioni.
Un ciclo teatrale nel quartiere medievale di Viterbo potrebbe mettere in scena il Francesco tormentato, non solo quello degli affreschi di Giotto. Un modo per far dialogare storia, arte e contemporaneità. In un tempo segnato da guerre e polarizzazioni ideologiche, l’esperienza dell’incontro di Francesco con il sultano può diventare spunto per iniziative di dialogo interreligioso e interculturale anche nella Tuscia, coinvolgendo comunità musulmane e cristiane presenti sul territorio.
Non convegni formali ma momenti pubblici, simbolici, magari in spazi aperti del centro storico, per dare un segno visibile di convivenza possibile. L’ottocentenario non dovrebbe essere solo un anniversario liturgico. Potrebbe diventare un progetto territoriale integrato, capace di unire cultura, turismo, ambiente, welfare e identità locale. Francesco, quello vero, non quello semplificato, era un uomo inquieto che non si accontentava delle apparenze. Forse la Tuscia potrebbe onorarlo così: non con celebrazioni autocelebrative, ma con
scelte concrete di fraternità, cura del territorio e rilancio culturale. Ottocento anni dopo, la domanda resta la stessa: non chi è stato Francesco, ma cosa può diventare per noi.


















