
VALLE DEI CALANCHI – Nella Tuscia l’energia del vento sembra una promessa facile: colline aperte, crinali esposti, una domanda crescente di rinnovabili e la necessità, sacrosanta, di ridurre le emissioni. Ma tra l’idea e il progetto, in territori delicati come quelli attorno a Bagnoregio e Lubriano, si apre un punto che non può essere liquidato né con l’entusiasmo “verde” a prescindere né con il rifiuto istintivo del “non qui”. Qui il suolo non è roccia compatta: spesso è tufo, alternato a livelli più teneri, a volte argillosi, e inciso da fenomeni erosivi che la storia locale conosce fin troppo bene. Significa una cosa semplice: ogni grande opera non è solo un fatto energetico, è anche un fatto geologico, paesaggistico e culturale.
Il tufo non è “debole” per definizione, ma è un materiale che va capito e trattato per quello che è. Ha porosità, può cambiare comportamento con l’acqua, soffre l’azione combinata di piogge intense, ruscellamento e cicli di imbibizione e asciugatura. In un’area già segnata da frane, arretramenti di scarpate e calanchi, l’aggiunta di infrastrutture pesanti non si misura solo con la torre in sé, ma con tutto ciò che le gira intorno: strade di cantiere, piazzole, scavi, drenaggi, movimenti terra, fondazioni profonde, passaggi di mezzi eccezionali, trincee per cavidotti. È spesso lì, nelle opere “accessorie”, che un territorio fragile può pagare il prezzo più alto, perché una modifica dei deflussi superficiali o un taglio di versante fatto male non produce un problema immediato e spettacolare, ma innesca un degrado lento, che dopo qualche stagione di piogge diventa un conto salato.
Poi c’è l’altra fragilità, meno misurabile con i carotaggi e più evidente agli occhi: il paesaggio storico. Bagnoregio e Lubriano non sono un posto qualunque. Sono luoghi in cui la forma del territorio è parte dell’identità: i belvedere, i profili dei calanchi, la relazione tra borghi e vallate, l’orizzonte come bene comune. Qui la questione eolica non è soltanto se una pala sia “bella” o “brutta”, ma se un impianto industriale, per dimensione e permanenza, alteri in modo irreversibile quel racconto visivo che tiene insieme storia, turismo, memoria e perfino economia quotidiana.
Chi vive di accoglienza lo sa: il paesaggio non è un fondale, è un prodotto territoriale. E quando lo consumi, non lo ricompri. Questo non significa che in territori come questi si debba dire sempre no alle rinnovabili. Significa, piuttosto, che la transizione energetica va fatta con una gerarchia di scelte e con un principio di realtà: non tutte le tecnologie sono adatte a tutti i luoghi, e non tutti i luoghi possono sopportare qualsiasi densità di impianti. Se l’obiettivo è decarbonizzare, il punto non è “fare impianti” ma “fare energia” con il minor impatto complessivo. In una Tuscia fragile, spesso la soluzione più intelligente è partire da ciò che pesa meno sul suolo e sul paesaggio: fotovoltaico su tetti, capannoni, parcheggi, aree già compromesse; comunità energetiche che riducono conflitti e redistribuiscono benefici; efficienza energetica sugli edifici pubblici e privati; interventi sulle reti per ridurre perdite e migliorare l’autoconsumo locale. È energia che non chiede nuove strade sui crinali e non pretende fondazioni gigantesche in terreni che vivono di equilibrio precario.
Se poi si vuole discutere di eolico, allora occorre alzare l’asticella delle condizioni, non abbassarla. In aree di tufo e calanchi la prima parola non dovrebbe essere “autorizzazione”, ma “pianificazione”: mappature geologiche e idrogeologiche aggiornate, lettura delle dinamiche di versante, analisi serie dei deflussi e della vulnerabilità all’erosione, valutazione degli impatti cumulativi, perché non conta la singola pala isolata ma l’insieme di strade, piazzole e infrastrutture che si sommano nel tempo. E accanto a questo, una regola di buon senso paesaggistico: evitare i crinali prossimi ai belvedere e alle visuali identitarie, tenersi lontani dalle aree di maggior instabilità, ridurre al minimo la nuova viabilità, preferire soluzioni che non spezzino l’orizzonte e non trasformino un paesaggio storico in un corridoio industriale. Anche il “dove” è politica energetica.
Resta un nodo che spesso alimenta le tensioni: chi decide e chi guadagna. In territori piccoli, la percezione è che il costo resti ai residenti e il beneficio voli via altrove. È un problema reale, e si risolve solo con trasparenza e reciprocità: contratti chiari, compensazioni non cosmetiche ma legate a servizi, manutenzione del territorio, riduzione delle bollette per le comunità locali, investimenti in sicurezza idrogeologica, monitoraggi continui e pubblici. Se la transizione deve essere giusta, deve essere anche leggibile e condivisa, non una pratica calata dall’alto con qualche promessa e molti rendering.
Alla fine, la domanda giusta per la Tuscia di tufo non è “sei pro o contro l’eolico?”. La domanda è: quale mix di rinnovabili e di risparmio energetico produce più energia con meno ferite, rispettando la fragilità del suolo e la ricchezza storica di luoghi come Bagnoregio e Lubriano? Se la risposta è “eolico sì”, deve essere un sì condizionato, raro, motivato e progettato come si farebbe vicino a un’opera d’arte: con rigore, limiti, e la consapevolezza che certe meraviglie non sono riproducibili.
Se la risposta è “eolico no”, deve essere accompagnata da alternative concrete e misurabili, perché la bellezza non si difende con l’immobilismo, ma con scelte energetiche più adatte al posto in cui vivi. In un territorio delicato, la vera modernità è capire che la sostenibilità non è solo quanta CO₂ risparmi, ma anche quanta terra, quanta storia e quanta identità riesci a non consumare.


















