
Corpus 1462 è un solco che Quartieri dell’Arte traccia sulla città di Viterbo. Non ne scrivo da soggetto terzo, ma da “embedded”. Non è mistero la mia personale vicinanza a Quartieri dell’Arte e l’amicizia profonda che mi lega al direttore del festival Gian Maria Cervo.
Ho però deciso di scrivere queste righe perché al di là della mia partecipazione personale e vicinanza al festival, che intendo mettere ben in chiaro per evitare equivoci, ritengo oggettivamente che Corpus 1462 rappresenti un segnale sullo scenario culturale locale.
E’ in città, in questi giorni, Dimitri Ozerkov che nonostante parli un incredibile italiano è russo e rappresenta qualcosa come l’Ermitage di San Pietroburgo. Ha portato con sé l’arte di Dimitri Prigov che i viterbesi e i visitatori della città potranno godere al Museo del Colle del Duomo e in via Matteotti. Ma non è solo una questione di nomi, di alleanze, di sinergie.
Corpus spacca la città, la seziona, la scompone. Porta a galla pezzi del passato e apre squarci sul futuro o su un presente di tipo internazionale. Il mio amico Gian Maria dice che questo evento è per tutti. Gli do ragione, ma so per certo che alla fine non lo capiranno tutti. E so anche che chi capirà gli effetti di questa roba: che Quartieri dell’Arte, forse per la prima volta, porta in maniera così dirompente e visibile a Viterbo; andrà a prendere posizione inevitabilmente. Ci saranno due schiere: gli incoraggiatori e gli affossatori.
Nella prima squadra giocheranno gli entusiasti, quelli che pensano che anche Viterbo può farcela ad avere un suo piccolo spazio dignitoso nel mondo. Quelli che si agganceranno a Corpus e lo faranno crescere. Perché? Perché va nella direzione di crescita vera e sviluppo che non può prescindere dalla qualità. Quella direzione su cui bisogna investire davvero le risorse, come sottolineato in conferenza stampa dal presidente della Fondazione Carivit Mario Brutti. Un presidente sempre più lucido e che ogni volta che parla pubblicamente magari rischia di diventare impopolare ma che dimostra una consapevolezza forte, al punto da essere disarmante, su cosa serve sostenere e cosa invece rappresenta sperpero e spreco .
Ci saranno poi gli affossatori, quelli che inizieranno a pensare che investire su queste cose finirà per togliere risorse ai propri orticelli e quelli che “sfigatissimi” di per sé, vorrebbero mantenere Viterbo nel novero della città “sfigate”.
Corpus è uno spartiacque, nel bene e nel male. E’ un Rubicone che domani la città, o almeno un pezzo di questa, varcherà. La riflessione sulla cultura, sugli investimenti culturali degli enti pubblici e privati, ne risulterà modificata. Riscoprire l’essenza della città, includere la comunità non come spettatrice ma come protagonista di una riflessione collettiva, mettere in circolo idee, provocare, “esserci non ci essendo come esserci essendoci”. Tutto questo è ben diverso da quello che c’è stato fin ora, ben diverso anche da cosa è stato Quartieri dell’Arte fino a ieri. Perché è l’affermazione di una riflessione culturale in piazza, davanti e dentro tutti.
E in una città dove il termine cultura è finito, in questi ultimi tempi, troppe volte per essere accostato a quello inglorioso di “marchetta” bisognerà chiedersi fino in fondo cosa è cultura e cosa è marchetta. E occorrerà chiedersi anche quale è il mercato di scambio tra politica e cultura. Occorrerà chiedersi cosa è strategico e cosa lo è fintamente, per artifizio, per mistificazione della realtà, per tornaconto. Cosa deve crescere e cosa è sovradimensionato.
Con il rispetto per tutto e tutti, naturalmente. Ma con l’idea che quello che conta è portare la città oltre le mura. E su questa prospettiva possono esserci solo due opzioni: riuscirci o non riuscirci.
Per questo Corpus 1462, a mio modesto avviso, è il Rubicone.

















