
EDITORIALE – A Viterbo le iniziative non mancano. Anzi, qualche volta si accavallano, qualche altra subiscono le critiche e le obiezioni di chi se ne è sentito escluso. Buon segno, questa bulimia organizzativa? Senza dubbio. Del resto, fare è anche sbagliare, chi non fa non sbaglia; almeno apparentemente.
Lasciamo stare le iniziative private; spesso potrebbero essere ancora migliori, ma lì pesa la disponibilità finanziaria, oltre che umana, che spesso ti costringe a camminare quando vorresti correre. Quel che preoccupa sono le iniziative, i progetti delle istituzioni, che hanno il dovere di garantire la cura della collettività cittadina, la sua qualità della vita. Su vari piani: economico e sociale, innanzitutto, ma anche culturale, ambientale, turistico, sportivo…
Le amministrazioni che si sono succedute a Viterbo negli ultimi cinquant’anni sovente si sono spese per conseguire questi obiettivi. Talvolta male, fin dall’inizio con errori e omissioni che si sono rivelati subito o nel tempo; altre volte bene, con uno spirito visionario, progettuale a lungo termine che fa supporre una vera “programmazione”. E su queste iniziative, e opere, il Comune ha messo soldi, ha investito.
Perché tutto ciò preoccupa? Perché manca totalmente il concetto di manutenzione ordinaria. Fatta l’opera, inaugurata in pompa magna, magari all’ombra di buoni propositi, dopo poco essa cade nell’oblìo, in una “normalità routinaria” che ne pregiudica nel tempo le finalità designate. Si pensi alle strade, alla segnaletica che dopo un po’ l’uso e il tempo aggrediscono e rovinano e che necessitano di tempi biblici per recuperare la veste originaria. Si pensi ai giardini pubblici, che ci mettono un attimo a diventare pressoché inaccessibili. Si pensi ad un progetto di valorizzazione turistico culturale, che dopo le prime avvisaglie si lascia andare per esaurimento delle energie. Spesso si dice che ormai i soldi disponibili sono stati spesi e ne mancano altri per rimediare ai segni del tempo, per fare – appunto – manutenzione ordinaria.
Eccolo, l’errore. Se fai un progetto da cento, cinquanta lo dovresti riservare alla manutenzione; anzi, dovresti creare un fondo che si riempie in automatico per assicurare che nel tempo e senza ulteriori interventi straordinari quel bene continui ad essere efficiente tanto quanto lo era stato all’inizio, appena inaugurato.
Vale per un casa popolare, per un giardino pubblico, per la bitumatura di una strada, per uno spazio architettonico appena restaurato o per un evento turistico-culturale come S. Pellegrino in Fiore. L’esempio di Valle di Faul è lampante. Trasformata già a partire da quindici anni fa, con tanta buona volontà e lungimiranza, in un verde pubblico in grado di esaltare il paesaggio urbano e di accogliere torme di turisti, già dopo pochi anni ci restituiva l’idea di una bella incompiuta e ancora oggi, dinanzi a ben tre diverse tipologie politiche di amministratori, rivela tutte le sue mancanze, le sue contraddizioni, denuncia una carenza cronica di manutenzione, di quella vera, che protegge e valorizza un bene prezioso.
Non è colpa di quel sindaco o di quell’assessore di ieri e di oggi. E’ colpa di un sistema culturale, politico, amministrativo e contabile che sottovaluta e trascura una dimensione fondamentale su cui si fonda qualsiasi bene, esseri umani compresi: la manutenzione ordinaria. Cioè la garanzia che quel bene continui a mantenere a pieno regime la sua funzione nel tempo, mediante interventi ordinari programmati con
intelligente periodicità, mai saltuari ed eccezionali. Poi dopo, per rimediare, diventa tutto più difficile. Il fatto è che quando hai, che so, cento milioni da spendere, ti dispiace accantonarne la metà per il tempo a venire, rinunciando così a fare qualcosa di più e meglio sul momento: “Il futuro? Se la vedessero il prossimo sindaco, o il prossimo assessore, io l‘idea l’ho avuta e l’ho realizzata… e mi metto al petto ‘sta medaglia”.
Il sindaco successivo, o l’assessore successivo: “Se non sono obbligato, perché spendere ‘sti soldi per mantenere una cosa fatta da altri? Per far dire ai cittadini che erano stati bravi? Piuttosto, ne faccio di nuove, e magari di migliori, che colpiscano la gente… e mi metto al petto ‘sta medaglia”. Difficile, il concetto di manutenzione ordinaria.


















