Ciclabili, il miracolo del pedale nella Terra dei Papi
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C’è maretta, c’è mugugno. La gente guarda i cantieri delle nuove piste ciclabili con lo stesso sospetto con cui un vecchio contadino della Tuscia guarderebbe un marziano atterrato nel suo campo di patate. "Non siamo abituati", dicono. E c’hanno ragione, perbacco.

VITERBO – Diciamolo subito, senza infingimenti e col petto in fuori: il viterbese medio, antropologicamente parlando, è nato con la frizione sotto il piede e il cambio nel cervello. Per lui, la macchina non è un mezzo di trasporto, è un prolungamento dell’io, una corazza con cui sfidare il traffico della Cassia o assediare le mura. Veder spuntare cordoli, strisce colorate e cartelli con la sagoma del nobile velocipede sulle nostre strade italiche ha scosso gli animi più della venuta di un antipapa.

C’è maretta, c’è mugugno. La gente guarda i cantieri delle nuove piste ciclabili con lo stesso sospetto con cui un vecchio contadino della Tuscia guarderebbe un marziano atterrato nel suo campo di patate. “Non siamo abituati”, dicono. E c’hanno ragione, perbacco. Ma l’abitudine, nel regno dell’homo sapiens, è solo la pigrizia che si fa sistema.

La qualità della vita, signori miei, non si misura a cavalli vapore. Si misura in polmoni liberi, in silenzio riconquistato, nel battito regolare di un cuore che pompa ossigeno mentre le gambe fanno il loro dovere. Viterbo, per grazia divina e disegno storico, è una città a misura d’uomo. Arrampicata sui suoi colli di tufo, racchiusa in una cinta muraria che è un gioiello, non ha le distanze iperboliche delle metropoli fumose. Qui il pedale avrebbe cittadinanza naturale (più o meno), se solo si decidesse di dare una tregua all’anarchia del parcheggio selvaggio.

L’impatto sulla vita di tutti i giorni? Clamoroso, se solo si ha il coraggio di guardare oltre il proprio parabrezza. Meno nevrosi da ingorgo: Sostituire il clacson col campanello è un toccasana per il fegato. Polmoni puliti: meno polveri sottili a soffocare il centro storico. Il peperino ringrazia, l’apparato respiratorio pure. Salute di ferro: il moto podistico e ciclistico allontana la pancia e rinvigorisce la stirpe.

Però c’è un “ma”, grosso come una casa. Ed è qui che casca l’asino, o meglio, il progettista. Se vuoi far digerire la bicicletta a un popolo di automobilisti induriti, devi offrirgli un’opera d’arte, non un percorso a ostacoli. Invece, si vedono certe soluzioni viarie che gridano vendetta al cospetto di Dio. Piste che muoiono nel nulla, strettoie che paiono trappole per topi, ciclabili disegnate con l’accetta che creano più ostilità che benefici. Questi errori di gioventù – chiamiamoli così per carità di patria – rischiano di rovinare la reputazione di una rivoluzione sacrosanta. Se la ciclabile diventa un intralcio per chi cammina e un pericolo per chi pedala, l’automobilista si sentirà autorizzato a lanciare anatemi. Servono testa, continuità e una regia tecnica che sappia di urbanistica e non di pura burocrazia da scrivania.

Il confronto con l’Europa (e con chi ce l’ha fatta)

Guardiamo oltre il nostro campanile. Prendiamo Ferrara, la città delle biciclette per antonomasia: là il ciclista è re, l’aria è respirabile e l’economia gira che è un piacere. O guardiamo all’estero, a certe città della Francia o della Danimarca, dove inizialmente i commercianti facevano le barricate contro le pedonalizzazioni e le ciclabili, salvo poi scoprire che dove passano le bici la gente si ferma, guarda le vetrine e spende, mentre dove sfrecciano le auto si scappa via e basta. Viterbo non deve inventare nulla, deve solo copiare bene. E per copiare bene serve umiltà.

Il verdetto della strada

La pista è tracciata, indietro non si torna, anche perché il futuro viaggia leggero e non si cura dei nostalgici del tubo di scappamento. I viterbesi, popolo fiero e di antico lignaggio, capiranno. Impareranno a lasciare sempre più la vettura fuori dalle mura, scopriranno il piacere del vento in faccia lungo i viali alberati. Ma la politica e i tecnici facciano la loro parte senza furbizie: proteggano i ciclisti, disegnino percorsi logici e non spezzettati, correggano subito le storture. Solo così la bicicletta cesserà di essere vista come un fastidioso corpo estraneo e diventerà, finalmente, lo strumento di una nuova, bellissima, civiltà cittadina. Chi ha gamba, pedali. Gli altri, per cortesia, non intralcino il futuro.

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Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Angel porta un messaggio divino fra gli uomini, che non lo capiscono; o lo capiscono troppo tardi. Non lo hanno capito neppure a Radio1 Plot Machine…
Un uomo che ha capito che tutto il successo del mondo non vale quanto la possibilità di riposare all'ombra di un castagno che hai piantato con le tue mani.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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