

VITERBO – C’è chi, armato di senso civico e rispetto per l’ambiente, prova a fare la cosa giusta: smaltire correttamente una batteria d’auto inquinante. E c’è chi, invece di essere accolto come un cittadino virtuoso, si ritrova protagonista di un film dell’assurdo tra sbarre che si chiudono a un passo dall’auto e richieste a dir poco stravaganti.
È quanto accaduto a un residente viterbese al Centro di Raccolta Rifiuti di via Duilio Mainella. Il racconto, affidato ai social di Viterbo Civica, ha dell’incredibile e apre un varco su una gestione del servizio che definire deficitaria è un esercizio di ottimismo.
Il bollettino della discordia
Il punto focale della querelle è il documento richiesto dall’addetto al cancello: “L’ha portata la TARI?”. Una domanda che, di per sé, ribalta la logica amministrativa. Perché mai un cittadino dovrebbe esibire un bollettino di pagamento a un ente – il Comune – che possiede già tutti i dati del contribuente? La scusa addotta dal personale, ovvero la mancanza di una connessione internet, suona come una barzelletta di cattivo gusto in un’epoca in cui la digitalizzazione dovrebbe essere il pane quotidiano della Pubblica Amministrazione.
Ma entriamo nel merito, dove il paradosso si fa tecnico: la Tari è un tributo che grava sull’immobile, non sulla persona. Non è possibile eluderla: se non paghi, finisci a ruolo e scatta la riscossione coattiva. Chiedere il bollettino all’ingresso dell’isola ecologica non serve a garantire il pagamento, ma serve solo a vessare il cittadino con adempimenti inutili, in barba a ogni norma sulla semplificazione amministrativa.
Privacy e “conti in tasca”
E poi c’è la questione della privacy. Qual è il titolo per cui chi gestisce il centro di raccolta – un soggetto terzo rispetto all’anagrafe tributaria comunale – deve visionare la bolletta dei rifiuti? Il contratto Tari contiene dati sensibili, di natura patrimoniale ed economica. Un conto è registrare chi e cosa smaltisce – per finalità di tracciabilità ambientale – un altro è trasformare il cancello del centro di raccolta in un ufficio tributi improvvisato.
Il cortocircuito logico: chi ci guadagna?
Qui sorge un sospetto legittimo, dettato dalla logica. Se il cittadino smaltisce regolarmente, il sistema funziona. Se invece, esasperato da regole assurde, il cittadino viene respinto e finisce per abbandonare la batteria in una via della città quella diventa una “pulizia straordinaria”? E chi ci guadagna dagli interventi straordinari? La ditta che gestisce il servizio. Ovvero, la stessa che, respingendo l’utente corretto, finisce per generare lavoro extra e, presumibilmente, costi aggiuntivi per la collettività. Un controsenso che fa tremare i polsi.
La palla passa a Palazzo dei Priori
Questa vicenda puzza di interruzione di pubblico servizio. È inaccettabile che un cittadino in regola debba subire tale trattamento. “Forse” a Palazzo dei Priori sarebbe il caso di affrontare la situazione. Spetta all’assessore Martinengo fare chiarezza sulla natura di queste direttive, ma soprattutto al RUP (Responsabile Unico del Procedimento) che ha curato la gara d’appalto. Perché il compito di chi gestisce il servizio non è fare i guardiani del tesoro, ma permettere alla città di essere più pulita.
Servono verifiche immediate. Prima che il prossimo cittadino, stanco di questa burocrazia ottusa, decida che la strada più comoda sia quella che porta dritto verso il cestino pubblico più vicino o peggio ancora opti per l’abbandono su strada.

















