

VITERBO — Mettetevi comodi e guardatevi intorno, magari facendo un giro in periferia o sfogliando i piani urbanistici che in questi decenni hanno ridisegnato la faccia del capoluogo e della nostra provincia. Scoprirete una verità lampante, plastica, sotto gli occhi di tutti: quando c’è da stendere colate di asfalto, da autorizzare capannoni, da allargare piazzali o da cementificare ogni fazzoletto di terra disponibile, Viterbo e la sua Tuscia dimostrano una generosità commovente. Siamo larghi di manica, velocissimi a firmare carte, prontissimi a calpestare il verde pur di far spazio al mattone che avanza.
Ma la musica cambia radicalmente — e si trasforma in un silenzio tombale, fatto di scartoffie smarrite e rimpalli di responsabilità — non appena si passa dal cemento vivo alla terra viva. Quando si tratta di piantare un albero. Ancor peggio, quando si tratta di farlo perché te lo ordina una legge dello Stato.
La vicenda della legge Cossiga-Andreotti — che impone ai comuni sopra i quindicimila abitanti di mettere a dimora una pianta per ogni neonato registrato all’anagrafe — è lo specchio impietoso di questa stortura culturale e politica. Abbiamo contato migliaia di bambini nati negli ultimi trent’anni a Viterbo, un intero esercito di piccoli cittadini ai quali lo Stato aveva promesso un bosco diffuso, un polmone verde che crescesse insieme a loro. E invece? Invece ci ritroviamo con i registri vuoti, le famiglie mai interpellate, e un patrimonio arboreo pubblico che cresce a casaccio, spesso abbandonato all’incuria, senza neppure l’ombra di quel “bilancio arboreo” che la legge del 2013 imponeva come bussola di civiltà.
È qui che si consuma il cortocircuito viterbese. Questa città e questa provincia si sono rivelate, nel tempo, drammaticamente voraci di suolo. Il cemento ha mangiato campagne, ha soffocato ruscelli, ha impermeabilizzato terreni che avrebbero dovuto respirare. Eppure, ogni volta che si progetta un nuovo spazio, un parcheggio, un’area commerciale o una lottizzazione, la compensazione ambientale diventa un miraggio, un orpello burocratico da sbrigare con due piantine rinsecchite messe lì solo per fare numero nei rendering dei progettisti.
Siamo oculati, verrebbe da dire spilorci, dove invece bisognerebbe investire a piene mani: sul futuro, sulla qualità dell’aria, sulla riduzione dell’impatto ambientale di una città che soffoca nei mesi invernali e si cuoce d’estate. Si pianifica col bilancino il verde pubblico, riducendolo a spartitraffico spelacchiati, mentre si spalancano le porte a colate di cemento armato che non lasciano scampo al paesaggio.
La verità è che piantare un albero non è un favore che si fa all’ecologistucolo di turno o una spunta su un modulo ministeriale. È una dichiarazione d’intenti. Significa credere che chi viene dopo di noi avrà il diritto di respirare, di camminare all’ombra di una fronda generosa, di ereditare una terra curata e non una colata grigia e uniforme.
Palazzo dei Priori e le amministrazioni che si sono succedute alla guida di questa provincia dovrebbero farsi un esame di coscienza. Smettere di considerare il verde urbano come un costo o una seccatura da tollerare nei ritagli di bilancio, e iniziare a trattarlo per quello che è: una necessità vitale. Perché una città che sa solo costruire muri e asfaltare prati, dimenticandosi persino dei bambini nati nei propri registri, è una città che ha smesso di progettare il proprio domani. E a furia di mangiare suolo, rischiamo di rimanere soffocati noi per primi.

















