
VITERBO – Luci, certo. Ma parliamo di quelle vere, quelle che scaldano lo sguardo più che i davanzali. Questo è il periodo dell’anno che sembra più fasullo, più incentrato sul consumo, più decorato e meno sentito davvero. Le vetrine gridano gioia, i centri commerciali diventano arene di una corsa frenetica tra offerte e pacchetti, ma in mezzo a tutto questo apparato ci siamo noi: in sordina, con lo smartphone in mano, con gli auguri preconfezionati e gli occhi fissi sulle notifiche.
Un tempo il Natale significava la casa piena, l’aroma del pandoro, le risate che echeggiavano in cucina, le chiacchiere tra un sorso di cioccolata e una mano a tombola. E chi vorrebbe già essere al 7 gennaio. Adesso c’è il silenzio. L’annuire muto davanti allo schermo, la foto obbligatoria sotto l’albero, i messaggi copiati e incollati: “Buone feste! “. Un regalo davvero utile ci basta per tutto l’anno, ma a Natale? A me basterebbe un abbraccio che dice tutto, senza bisogno di quei biglietti luccicanti.
Per chi ha perso i propri genitori, grandi o piccini che fossero, ogni dicembre è una fitta al cuore. Le luminarie, i canti, i ricordi: tutto si trasforma in tristezza. Eppure, se in casa c’è un solo bambino che ride, che crede ancora nella magia, allora qualcosa si smuove. Il tempo sembra tornare indietro. Non grazie alle lucine a batteria appese al balcone, ma grazie agli occhi di chi ancora ignora cosa sia la guerra. E invece la guerra è qui. Si vede nei notiziari, è nei profughi che bussano alle nostre porte, è nelle zone meno centrali delle nostre stesse città, dove intere famiglie tirano avanti con lo stipendio di una sola persona.
È assurdo: celebriamo la nascita di un bimbo nato in povertà, eppure oggi buttiamo via milioni per gadget superflui, per oggetti di plastica comprati in quantità e regalati senza pensarci.
Ai signori che tramano guerre – politici, uomini d’affari, potenti che decidono la sorte degli altri – diciamo di finirla. Basta con le armi, con il guadagno ricavato dal dolore altrui. Tutto ciò che si spende in un solo giorno di conflitto basterebbe a dare cibo, cure, un tetto a migliaia di persone. Potremmo vivere meglio, tutti noi.
Forse la vera essenza del Natale non è nei pacchetti sotto l’albero, ma nel coraggio di fermarsi un attimo. Di spegnere il display. Di guardare negli occhi chi ci sta accanto. Di ricordare chi non è più con noi. Di pensare a chi non ha ancora un posto a tavola. Le luci, va bene. Ma non devono essere solo quelle esterne. Devono accendersi anche dentro di noi.
© Maurizio Di Giovancarlo Tuscia Fotografia / La Fune


















