
VITERBO – In queste ore, dalle colonne del Corriere di Viterbo, Bengasi Battisti (ambientalista della prima ora) ha toccato una palla molto interessante e anche potenzialmente calda. Ha lanciato la proposta di strutturare un’azione di censimento, monitoraggio e studio delle cave dismesse in tutto il Viterbese.
Lo ha fatto mettendo in evidenza i rischi potenziali determinati dalla cave per le falde acquifere. Lo ha fatto mettendo sul tavolo due domande pesanti: quante sono le cave e come vengono utilizzate.
Le ex cave infatti, come la cronaca degli ultimi decenni ci insegna, sono state anche utilizzate per lo smaltimento illegale di rifiuti altamente pericolosi per la salute umana. E di cave dismesse nella Tuscia obiettivamente ce ne sono molte. Basta pensare a tutta l’area del Tevere, alle campagne intorno a Grotte Santo Stefano ma anche in tantissimi altri luoghi.
Chissà se la politica accoglierà questa proposta. Se la farà propria, per esempio, il presidente della Provincia Alessandro Romoli o la sindaca del capoluogo Chiara Frontini dando mandato di iniziare proprio dalle ex cave di breccia o tufo del Grottano.
“Prevenire – dice Battisti – è meglio che curare. E d’altra parte, la nostra Provincia è disseminata di cave dismesse e non recuperate, spesso e volentieri in condizioni di contrasto con i piani di coltivazione autorizzatori. Questo elemento di vulnerabilità del bene acqua – spiega – potrebbe essere geologicamente e particolarmente studiato per porre conseguentemente dei vincoli a tutela della salute pubblica. Da qui deriva la necessità prima di tutto di un censimento delle cave dismesse e poi di un particolareggiato studio geologico con lo scopo di verificare il rapporto tra cavità e falde acquifere, laddove dall’attività estrattiva derivano, quasi sempre, falde esposte e superficializzate, ovvero falde in delicatissime condizioni di vulnerabilità”.


















