


IL DOMENICALE – Non è una leggenda e non è uno dei tanti racconti costruiti nei secoli intorno a castelli e borghi. Castro esisteva davvero, era una città importante e nel 1649 venne distrutta.
Oggi bisogna entrare nei boschi del territorio di Ischia di Castro per ritrovarne le tracce. Ma quattro secoli fa lì c’erano piazze, palazzi, chiese, una cattedrale, una zecca, strade pavimentate e persino una rete fognaria. Castro era la capitale del ducato che papa Paolo III Farnese aveva creato nel 1537 per il figlio Pier Luigi. La sua trasformazione urbanistica coinvolse Antonio da Sangallo il Giovane, uno dei grandi architetti del Rinascimento.
Non stiamo quindi parlando di quattro case fortificate perse nella campagna viterbese. Stiamo parlando di una capitale. La documentazione della Regione Lazio restituisce l’immagine di una città sorprendentemente organizzata per l’epoca: Piazza Maggiore, la Zecca, il Palazzo dell’Hostaria, la residenza ducale, tredici chiese, un ospedale, strutture di assistenza e un grande pozzo per l’approvvigionamento idrico.
Poi arrivò la politica. I Farnese erano diventati troppo forti, il Ducato troppo importante e i rapporti con il potere pontificio sempre più difficili. Nel 1641 iniziò una prima guerra di Castro, conclusa qualche anno dopo con il ritorno del territorio ai Farnese, ma la partita non era finita. Nel marzo del 1649 venne assassinato monsignor Cristoforo Giarda, il nuovo vescovo nominato da Innocenzo X mentre viaggiava verso Castro; Roma attribuì le responsabilità dell’attentato all’ambiente farnesiano.
A luglio il Papa decise l’intervento militare: dopo un breve assedio Castro capitolò il 2 settembre. Avrebbero potuto occuparla, avrebbero potuto sostituirne il governo, confiscare il ducato, installare una guarnigione. Scelsero invece di cancellarla. Edifici, mura, chiese e palazzi furono abbattuti, la sede episcopale venne trasferita ad Acquapendente: Castro cessò di essere una città e divenne progressivamente una rovina divorata dalla vegetazione.
Ma la parte che dovrebbe interessarci oggi comincia proprio qui, perché una città rinascimentale distrutta per ordine pontificio, progettata anche dal Sangallo e legata a una delle più potenti famiglie italiane, dovrebbe essere uno dei racconti identitari più forti dell’intera Tuscia. Proviamo a fare una domanda semplicissima a chi arriva a Viterbo, Bolsena, Civita di Bagnoregio o Caprarola: quanti sanno che nella Tuscia esistono i resti di una città che un Papa fece radere al suolo? Probabilmente pochissimi.
Il problema non è Castro, il problema siamo noi. Continuiamo troppo spesso a considerare il patrimonio culturale come qualcosa da conservare, quando dovremmo imparare anche a trasformarlo in racconto, esperienza, economia e lavoro. Non significa costruire luna park sulle rovine: significa esattamente il contrario, valorizzarle con competenza.
Castro potrebbe diventare il centro di un grande percorso sulla Tuscia farnesiana, collegato a Caprarola, Gradoli, Valentano, Farnese, Ischia di Castro e agli altri luoghi che raccontano quella stagione. Servirebbero una ricostruzione digitale della città accessibile con smartphone e visori, una segnaletica uniforme, visite guidate strutturate, materiali multilingue, accordi con le scuole e l’Università della Tuscia, collegamenti con musei e borghi del territorio e soprattutto servirebbe un racconto unico.
Perché il turista non attraversa i confini comunali con il catasto in mano: cerca una storia. Se ogni paese continua a promuovere esclusivamente il proprio campanile, continueremo ad avere decine di piccoli patrimoni isolati anziché una grande destinazione culturale.
Castro dovrebbe diventare uno dei simboli della Tuscia. Una città è stata cancellata fisicamente quattro secoli fa: sarebbe paradossale consentire che oggi venga cancellata una seconda volta, questa volta non dagli eserciti pontifici, ma dalla nostra incapacità di capire il valore di ciò che abbiamo sotto i piedi.

















