

IL DOMENICALE – Nella Tuscia ci sono case che non hanno più un proprietario nel senso pieno della parola: hanno cinque nomi, sette quote, un erede che vive a Milano, uno all’estero, qualcuno che vorrebbe vendere, qualcun altro che non vuole spendere un euro e magari un altro ancora che non risponde da anni. Il risultato è che formalmente l’immobile appartiene a tutti, ma nella realtà non se ne occupa nessuno.
Una parte del patrimonio abbandonato dei centri storici nasce anche così. Non necessariamente dalla povertà, non sempre dalla speculazione, neppure soltanto dall’incuria, ma da quella lenta frammentazione proprietaria che comincia con un’eredità e continua con la generazione successiva. Una casa passa ai figli, poi ai nipoti, poi le quote diventano sempre più piccole e contemporaneamente diminuisce il legame affettivo con il luogo, perché chi aveva vissuto in quelle stanze non c’è più e chi oggi ne possiede un ottavo magari non ha mai abitato a Viterbo.
A quel punto comincia il paradosso: l’immobile può avere un valore commerciale, ma venderlo richiede l’accordo dei comproprietari, recuperarlo significa decidere chi anticipa il denaro, affittarlo comporta lavori che nessuno vuole sostenere, e perfino una semplice manutenzione diventa materia di discussione. Così si rinvia: prima un anno, poi cinque, poi dieci.
Nel frattempo, il tetto perde, l’umidità sale, gli infissi si deteriorano; una piccola infiltrazione che sarebbe costata poche migliaia di euro diventa un intervento strutturale da decine di migliaia, e la convenienza economica del recupero diminuisce ulteriormente. È così che un problema familiare finisce lentamente per diventare urbano. Il muro che si deteriora non rimane dentro l’asse ereditario: guarda sulla strada, confina con un altro edificio, modifica il valore della casa accanto e contribuisce all’abbandono di un pezzo del quartiere. La proprietà privata deve naturalmente essere rispettata, ma questo non significa fingere che tutto ciò che accade dentro un immobile sia irrilevante per la città. Proprio qui potrebbe intervenire un progetto serio di rigenerazione.
Accanto al censimento degli immobili vuoti servirebbe uno sportello comunale di facilitazione della proprietà, non per decidere al posto degli eredi, ma per aiutarli a uscire dall’immobilità, mettendo a disposizione informazioni urbanistiche, indicazioni sulle procedure, contatti con professionisti, possibilità di accedere a convenzioni di recupero e soprattutto un luogo nel quale capire rapidamente quali alternative esistono.
Oggi chi possiede una quota minima di un immobile degradato spesso non sa nemmeno da dove cominciare, e quando ogni passaggio richiede un tecnico diverso, un notaio, un geometra, un avvocato, il catasto, gli uffici comunali e magari la ricerca di un parente che vive dall’altra parte d’Italia, la soluzione più semplice diventa lasciare tutto com’è.
Il Comune non può risolvere le successioni private, ma può ridurre il costo burocratico dell’accordo; potrebbe inoltre creare un elenco volontario degli immobili disponibili alla vendita, alla locazione lunga, all’autorecupero o al comodato, permettendo ai comproprietari di conoscere opportunità che individualmente difficilmente riuscirebbero a costruire.
E forse proprio gli immobili con proprietà molto frammentata potrebbero essere tra i più adatti a forme di recupero nelle quali i proprietari non devono anticipare immediatamente l’intero investimento, concedendo per un periodo il bene a un soggetto che lo recupera e lo utilizza prima della restituzione. Non funzionerebbe sempre e non sarebbe semplice, ma la politica urbana serve esattamente quando il mercato e i singoli non riescono da soli a sciogliere un nodo.
C’è anche una questione culturale che dovremmo avere il coraggio di affrontare. Per decenni la casa ereditaria è stata considerata automaticamente una ricchezza, anche quando nessuno aveva intenzione di abitarla, venderla o affittarla; così migliaia di immobili sono rimasti sospesi in una condizione curiosa, troppo preziosi sentimentalmente per essere ceduti, troppo costosi per essere recuperati, troppo poco utilizzati per produrre qualsiasi reddito. Ma un immobile vuoto per trent’anni non è necessariamente una ricchezza: può diventare una spesa, un rischio e alla fine una perdita di valore.
Viterbo e la Tuscia dovrebbero cominciare anche da questa consapevolezza, spiegando ai proprietari che recuperare, vendere, affittare o mettere temporaneamente a disposizione un edificio non significa disfarsi della storia familiare: a volte significa impedirle di crollare. Perché dietro alcune finestre chiuse del centro storico non c’è un grande speculatore che aspetta il momento giusto, ci sono semplicemente troppi proprietari che aspettano che decida qualcun altro.


















