
EDITORIALE – Abbiamo fatto un brutto sogno. Un serpente bruno, lo stesso colore di certe camicie guarda caso (quando si dice Freud!), voleva divorarsi Viterbo. Strisciava, tanto sfacciato quanto rumoroso. A un certo punto l’orrore è entrato nei nostri occhi. Lo abbiamo visto iniziare a cibarsi del cadavere di un ragazzino. Se ne nutriva, lo faceva suo, utilizzava la sua morte per accrescersi, per conquistare seguaci.
Sulle squame portava quella morte come in trionfo, pronto a sacrificarla sull’altare dell’interesse politico e personalistico. E’ stato come vedere una delle tante scene che arrivano dal Medio Oriente quando i cadaveri vengono portati sulle spalle di altri uomini ed esibiti e lodati come martiri. Oltraggio senza rispetto per quei corpi, piegati alle logiche dell’ideologia e dell’odio cieco.
Abbiamo fatto questo sogno, anzi questo incubo, perché probabilmente ieri notte prima di addormentarci degli amici ci hanno raccontato delle chiacchiere da bar a cui abbiamo fatto fatica a credere. Ci sarebbe qualcuno pronto a strumentalizzare la morte del giovane ragazzo su viale Trieste – non ne facciamo il nome perché ci sembra una mancanza di rispetto verso di lui (che tu possa vivere per sempre nel cuore di chi ti ha voluto bene e risplendere tra gli angeli) e soprattutto verso i suoi genitori (per i quali non ci sono parole possibili e che anche se non conosciamo ci sentiamo di abbracciare) – per costruire un nuovo caso Frontini.
In che senso? Vi chiederete giustamente. E’ la stessa domanda che abbiamo fatto anche noi quando ce l’hanno raccontato, perché ci vuole una mente malata per potere avanzare certe letture delle cose che accadono. In pratica, nelle chiacchiere di alcuni bar (a questo punto parecchio malfamati) c’è chi tenterebbe di costruire la narrazione che quel ragazzo sia morto per colpa dell’attuale sindaco. Che la strada doveva essere sistemata e lei non l’aveva fatto, quindi sarebbe colpevole. Logica da manicomio se non fosse, cosa che è in realtà, spregiudicata scaltrezza narrativa e pelosa abilità manipolativa.
Pensieri furbi, che un giornale come questo non può accettare neanche come chiacchiere da bar. Neppure la peggiore politica permetterebbe di scendere a un livello così basso perché sconfina nella presa per i fondelli delle persone. Su quella via ci sono stati tre morti e mai, prima di ora, erano state messe in giro simili letture dei fatti. Una roba pericolosissima e che va a colpire non tanto l’attuale sindaca (che poi come avrebbe potuto asfaltare tutte le strade di una città ridotta piuttosto male è difficile da comprendere. Ed è anche ingiusto nei suoi confronti visto che tra già fatti e da fare ha sistemato 25 chilometri di vie viterbesi) ma l’istituzione sindaco.
Ci è venuto in mente, proprio su questa storia, l’amico Giulio Marini. Sì noi de La Fune abbiamo sempre avuto buoni rapporti con tutti i sindaci della storia recente di questa città. Questo perché rispettando loro riteniamo di rispettare la città stessa. Una sera di ormai tanti anni fa ci trovavamo su un palco di San Carluccio per la presentazione dentro Caffeina di un nostro libretto intitolato ‘Torna a Casa Lessico’.
Era il periodo in cui di politica locale la masticavamo tanta e l’intervistatore di quella sera ci mise sul tavolo, davanti a tantissime persone curiose, una domanda: “perché i politici sbagliano così tanto?”. Potevamo massacrarli. Sotto al palco c’era proprio Giulio Marini, era sindaco all’epoca. Rispondendo mi venne in mente quando mia nonna dava da mangiare alle galline. Tu ne lanci una bella manciata e si scannano. La mia risposta fu pulita: “Sbagliare è umano. A Sbottonati gliene diciamo di tutti i colori ma in fondo li rispettiamo profondamente. Svolgono una funzione preziosa, complessa e molto delicata”. Facemmo pedagogia dell’opinione pubblica.
Scesi dal palco Marini venne a stringermi la mano e ringraziare. Non diedi quella risposta per lui, ovviamente. Non certo per fargli un favore. Diedi quella risposta perché mi rifiutati di trattare le persone lì presenti, saranno state più di cento, come le galline di mia nonna.
Torniamo al serpente bruno del sogno. Un’altra cosa per cui le galline da bambino mi impressionavano molto era la loro capacità e rapidità di divorarsi i serpenti che entravano nel “gallinaro”. E i lettori e gli ascoltatori questo lo sanno fare bene. Se li tratti come galline finiscono per mangiarti. Poi ci siamo svegliati e abbiamo sorriso.


















