
CAPRAROLA – Grazie tante Alessandro Farnese, tanto al “vecchio” quanto “al giovane”. Questa domenica siamo andati a mettere il dito nel costato del turismo viterbese e ne siamo rimasti entusiasti. Sono le nove di mattina quando mettiamo piede nel borgo. Caffè al bar appena sotto il mitico Palazzo Farnese, capolavoro del Rinascimento italiano. Tanti prodotti, personale bello energico e sorridente. Cortesia massima, prezzi onestissimi e se volevi un cremino (il cioccolatino) dell’Antica Latteria (Viterbo, Porta della Verità) te lo potevi gustare. “Questa sì che è industria turistica”, pensiamo.
Biglietteria di Palazzo Farnese: personale sorridente, massima gentilezza, qualche problema con il resto sui biglietti ma tutto si risolve quando con educazione chiedono se possibile usare la carta. Prima di “morire” nella bellezza della scala regia tappa rapida al “piano dei prelati”. Il genio del Sangallo Prima, quello che fece la fortezza per Alessandro “il vecchio”, e del Vignola, che fece il palazzo per Alessandro “il giovane”, hanno fatto un capolavoro.
Tra stemmi a sei gigli, quello scelto dal “vecchio” una volta salito al soglio di Pietro con il nome di Paolo Terzo, e unicorni rischiamo più volte la sindrome di Stendhal. La cosa che ci colpisce è il numero di turisti. Uno spettacolo nello spettacolo. Gruppi organizzati molti, anche di orientali, e individuali. La sensazione? La stessa che vivi nei luoghi turistici veri. Non siamo al livello delle file agli Uffizi ma c’è un buonissimo giro di presenze.
Nella sala dei “fasti farnesiani” ci rendiamo conto del respiro europeo di questi Farnese. Emblematico l’affresco che raffigura, occhi negli occhi, Alessandro “il vecchio” Farnese con l’imperatore Carlo V. Sì, proprio quello sul cui regno non tramontava mai il sole. Quello che governò mezza Europa e le Americhe di Spagna.
“Abbiamo nella Tuscia un qualcosa di potentissimo – pensiamo -. Questo Palazzo è così bello e significativo che non dovresti trovare posto per vederlo senza avere prenotato tre mesi prima”. Conosciamo molto di questo luogo e l’attenzione va al fenomeno turistico. Sguardi attenti, guide molto brave. Tappa ai giardini, anche questi dal valore eccezionale, e poi fuori per il pranzo. Qui si mangia su due turni a pranzo nei fine settimana. Avevamo prudentemente prenotato. Il tavolo vicino alla porta ci permette di assistere alla sfilata di turisti in cerca di un pranzo che purtroppo si sentono rispondere o che non c’è posto e che c’è ma tra due ore. Sullo “ritto”, ci dicono che i caprolatti chiamino così la strada lunga e dritta che dai piedi del borgo arriva al Palazzo Farnese, anche diversi negozi di prodotti tipici. La fanno da padrone le mitiche nocchie dei Cimini. Al ristorante prendiamo una “torta calda alle nocchie” che può entrare a pieno titolo in un menù di Cucina Italiana Patrimonio Unesco.
Tra i piatti serviti coniglio, maialino, nocciole anche con la pasta. Sul menù mettono subito le cose in chiaro e riportano le aziende, rigorosamente del territorio, da cui arrivano i prodotti che mangi. Che dire? Accoglienza turistica di altissima qualità. Caprarola è un posto baciato dalla bellezza, grazie alla storia dei Farnese, ma è anche un luogo dove persone capaci stanno gestendo con intelligenza i “servizi” del turismo: bar, ristoranti, etc.





















