
VITERBO – Viterbo Capitale Europea della Cultura, questo è il titolo del sogno messo sul tavolo della città dalla sindaca Chiara Frontini. Un progetto ambizioso che dovrebbe portare il capoluogo della Tuscia a presentare una propria candidatura. Stra-or-di-na-ri-o.
Abbracciare l’idea di costruire una candidatura, al di là dell’esito finale della scelta o meno, è sicuramente una grande cosa per qualsiasi città. Specie se a farlo sono luoghi che non sono mai riusciti a sviluppare una brand-identity forte (il che penalizza molto anche sulla capacità di conquistare fette di mercato turistico), che hanno accumulato nei decenni di gestione mediocre ritardi sotto vari aspetti e che hanno bisogno di “una botta” di aria nuova.
Presentare la candidatura di Viterbo è dunque una mossa opportuna e preziosa, diciamo anche strategica per usare un parolone. Il problema è che per costruire una strategia che abbia un senso e quindi arrivare alla candidatura serve “un generale”, capace di tirare fuori in maniera demiurgica il dossier di candidatura. Serve qualcuno che abbia visione, capacità relazionali e che riesca a mettere in piedi e fare funzionare degli uffici che, con supporto di professionisti esterni appositamente ingaggiati, sono chiamati a compiere l’impresa.
Ora l’errore della sindaca Frontini è evidente: sta “maciullando” la propria squadra di governo cittadino nelle polveri e nelle tempeste dell’ordinario. Tra i suoi assessori non c’è nessuno che ha spazi e tempi per pensare ma sono tutti manovali in trincea. Così operando non solo è certa la sconfitta della candidatura ma è dubbio anche che Viterbo possa arrivare a presentarsi.
Infatti il lavoro richiesto è molto, di altissima qualità e necessità di una fitta rete di relazioni da costruire e annaffiare giorno dopo giorno. Viterbo insomma rischia non solo di perdere l’opportunità di diventare Capitale Europea della Cultura, il che sarebbe poco male, ma anche l’occasione che un cantiere di candidatura determina per dare un verso e un’identità alla città.
La mossa necessaria, anche su altri fronti, è di costruire una sorta di élite dentro la giunta composta dagli assessori con maggiori qualità e permettere che questa élite lavori ed emerga, combattendo partite più alte della “sagra della nocciolina” o della “buca davanti a casa dell’anziana”.
Per affrontare seriamente, al netto di una controproducente retorica, la candidatura è necessario fare nascere dalla polvere dell’ordinario una sorta di “super-assessore” che curi la situazione. Serve qualcuno che sappia di cosa si parla, la cui esperienza culturale vada oltre i confini della pur nobile Zepponami, che qualcosa nel mondo l’abbia vista e con in agenda tanti preziosi numeri di telefono da fare squillare.
Questo assessore deve essere liberato dalle catene dell’ordinario e sottoposto a un patto chiaro: o fai un buon risultato (che non significa vincere il titolo ma dare alla città un progetto di rinascita) o te ne torni da dove sei venuto. Frontini, a due anni di mandato, non sta facendo questo. Ciò è il suo più grande peccato e se non corre presto ai ripari rischia di essere il suo fallimento. Che poi sarebbe anche l’ennesimo fallimento della città di Viterbo, condannata ancora una volta a una triste grigia e fantozziana mediocrità.


















