Capitale della Cultura, Viterbo ancora con un pugno di mosche in mano
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Rimane l'amaro delle occasioni mancate. Non tanto perché non si è vinto, che ripetiamo non è di per sé sconvolgente, piuttosto dispiace che non si è riusciti ancora una volta a cogliere l'occasione per sviluppare un modello di lavoro progettuale condiviso tra le realtà cittadine operanti nel settore della cultura.

Viterbo non sarà Capitale italiana della Cultura. Niente di sconvolgente, può accadere anche ai migliori. Per il 2017 l’ha spuntata Pistoia e ora la città dei papi, in corsa per il 2018, non ha passato la selezione e non è tra la rosa delle dieci finaliste.

Non ha premiato giocare con il tridente: Viterbo-Chiusi-Orvieto. Ancora una volta il capoluogo della Tuscia rimane a bocca asciutta. Ma non è in realtà questo il problema. In ogni competizione si vince e si perde e a queste latitudini la seconda possibilità è sempre più larga.

Rimane però l’amaro delle occasioni mancate. Non tanto perché non si è vinto, che ripetiamo non è di per sé sconvolgente, piuttosto dispiace che non si è riusciti ancora una volta a cogliere l’occasione per sviluppare un modello di lavoro progettuale condiviso tra le realtà cittadine operanti nel settore della cultura.

La lingua torna a battere sul dente dolente della situazione della cultura viterbese. Nella logica de “il comune non è un bancomat”, sviluppata dal Cartesio di Civitavecchia Tonino Delli Iaconi, il panorama culturale è sempre più sterile. Manca di partecipazione, di condivisione, di sostegni. Pochi attori, con rapporti stretti con pezzi dell’attuale politica viterbese, fanno la parte del leone e crescono. Tanti sono ormai estinti e ritengono l’affacciarsi dalle parti del Comune, la casa di tutti, poco più che una poco piacevole perdita di tempo. Di fatto i bandi del comune offrono sempre meno garanzie a chi intende realizzare qualcosa. Le possibilità per giovani associazioni operanti nel settore Cultura di ottenere qualcosa per fare iniziative rasentano lo zero e l’intero panorama culturale ristagna.

Alla fine i tanto maltrattati “finanziamenti a pioggia” permettevano l’esistenza di un sistema sicuramente più vivace. Per quanto chiacchierato e discutibile. La condivisione è argomento tabù, la consulta della cultura inchiodata sul piano dell’eterno rinvio. In questo contesto le candidature di Viterbo a Capitale italiana della Cultura non sono mai state occasione di incontro, confronto, meticciato, produzione di progettualità. Progettualità e idee che potevano rimanere valide e rappresentare una strada di crescita e sviluppo condiviso e inclusivo anche senza necessariamente ottenere il titolo e le risorse.

Vince il modello televisivo e da supermercato. Si compra, si allestisce in città. Si vende. E’ come se su Viterbo, almeno nel segmento Cultura, si fosse abbattuta una tempesta perfetta. Dove non si perdono soltanto le competizioni nazionali ma si perde proprio il senso di come dovrebbe convivere una comunità, di come la politica (almeno secondo noi) dovrebbe agire su un territorio. Però una cosa diversa c’è, rispetto a qualche annetto fa. Sono finite le polemiche. Insomma è arrivata la pace. “Fecero il deserto e lo chiamarono pace”, Tacito docet.

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Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell'aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi.
Di certo, non è con qualche demagogica stretta di mano che si risolve un problema che sta diventando sempre più di dimensioni continentali, anzi globali; un problema dove ballano significati differenti e troppo contraddittori di ciò che si intende per rispetto della diversità e della libertà.
Le più avanzate soluzioni tecnologiche oggi ci mettono a disposizione pacemaker e persino cuori artificiali, braccia e gambe meccanici che sopperiscono ad un handicap fisico, chip sottocutanei per pagare con il pos e aprire porte e siamo sulla buona strada per restituire la vista ai non vedenti ...
Partiamo da un presupposto: vi avrei fotografato tutti. Ma proprio tutti, per fare un mega collage da appendere sulla parete più grande di Viterbo.
Iniziamo la settimana mettendo "freccette" nel nostro arco.
Torna l’appuntamento con il Semaforo de La Fune, l’analisi critica dei fatti che hanno segnato la settimana viterbese.
Esigere lungimiranza e visione almeno su qualche argomento. Ne cito alcuni.

“L’attesa e il silenzio ti faranno forte”

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