

“Campo del mio”, “io campo del mio”.
Purtroppo spesso ci siamo trovati a registrare, nel nostro ruolo di cronisti del quotidiano, simili frasi da parte di qualche inquilino dei palazzi del governo del territorio.
Non ci troviamo di fronte a dei moderni Cartesio, state tranquilli, ma a piccoli esercenti del potere politico locale. Chiamarli politici significherebbe dare troppa importanza e per certi versi contribuire a quel disprezzo che i cittadini tendono a nutrire verso una cosa così importante e fondamentale per i destini delle comunità come la politica.
Scriviamo questo editoriale proprio perché abbiamo a cuore la politica, come abbiamo a cuore questo territorio, e vogliamo sgomberare il campo e liberarla da certi viziacci umani che contribuiscono a sminuirla, a ridurla a poca cosa. A robetta da comari.
Quando qualche inquilino dei palazzi dove si decidono i destini di tutti viene colto in castagna o messo alle strette o semplicemente pressato un po’; quando magari si fa notare che le cose non vanno e così si rischia di andare a casa (volendo in realtà spronare a migliorare, perché migliorare è servire l’interesse di tutti) è capitato di andare a sbattere in frasi del tipo: “Per me non è un problema, io campo del mio”.
E’ questa la madre di tutte le frasi idiote che un praticante la politica può affidare all’aria. E’ infatti sintomatica di una forma mentis negativa, sbagliata, addirittura per certi versi pericolosa. Se chi amministra può arrivare a pensare che alla fine qualsiasi cosa accada poco importa, considerando che campa del suo, significa che abbiamo messo a gestire la cosa pubblica una persona sbagliata. Sì perché la mia azienda, la mia cooperativa, la mia città e anche la mia nazione vorrei che fosse amministrata da uno disperato. Da uno che si gioca tutto, da qualcuno che del buon risultato da perseguire con tutte le forze ne fa una questione di vita o di morte.
E mi sentirei più sicuro ad affidare le mie sorti a un disperato perché chi mentre fa le cose ha in mente il materasso, solo suo, del “tanto io campo del mio” mi dà poche garanzie sull’impegno, sulla tenacia, anche sulla grinta che ci metterà. Questo pensiero è contemplato anche nei manuali base di strategia dove spesso si racconta la storia di Cortes. Sapete cosa fece questo “principe” dei conquistadores spagnoli una volta arrivato nelle Americhe?
I suoi uomini si ammalavano, bevevano acqua putrida e volevano tornare in Spagna. Lui ardiva penetrare nelle terre inesplorate alla ricerca di oro e gloria. Come poteva convincere i suoi uomini a seguirlo? Semplice e Cortes lo capì subito. La maggior parte dei suoi pensava alla Spagna, che in un certo senso equivale sul piano logico al rassicurante “tanto io campo del mio”. Allora Cortes, con un pugno di fedelissimi, distrusse mentre gli altri dormivano tutte le navi.
A quel punto per vivere andarono alla conquista, centrarono l’obiettivo di Cortes. Tutto questo per dire che in politica, chiamati ad amministrare i beni di tutti e a decidere i destini dei territori, non possono esserci persone con la mentalità del “campo del mio”. La politica è sfida, è voglia di cambiare le cose, di costruire mondi. E’ fame, è determinazione, è non avere scelte diverse dal perseguire la prosperità, l’armonia, il miglioramento dei cittadini di un luogo.
Per questo i filosofi del “campo del mio, ergo sum” non saranno mai dei politici e per questo le città, le province, le regioni, le nazioni non hanno bisogno di simili cattivi pensatori. Devono guardarsene bene e liberarsene. Speriamo che queste semplici e umili parole possano servire a chiarire lo scenario a chi amministra la Tuscia. C’è sempre tempo per abbandonare le filosofie tossiche e domani è sempre un giorno nuovo per tutti.

















